Don Angelo Lolli

Biografia

Nato il 21 agosto 1880 a Ravenna, al civico 20 di Via Scaletta: una zona di Ravenna abitata da famiglie fra le più povere della Parrocchia di San Biagio. Entra nel seminario arcivescovile di Ravenna il 3 Novembre 1890. Seminarista, entra nel terz’ordine francescano il 9 Ottobre 1895. Riceve gli ordini minori il 23 Marzo 1901. Consacrato sacerdote il 6 giugno 1903, nella cappella Sant’Andrea dall’allora Arcivescovo, oggi San Guido Maria Conforti (proclamato Santo da Papa Benedetto XVI). Don Angelo sentì subito che la sua anima era presa dal desiderio di dedicarsi alle necessità di coloro ai quali nessuno pensava. Le persone più bisognose, le più abbandonate, le più sofferenti, furono l’obiettivo delle sue iniziative, che non sempre incontrarono il favore dei suoi maestri e dei suoi collaboratori. Insomma dovette lottare, perché le sue “follie” potessero concretizzarsi. Varie e “folli” furono le iniziative che caratterizzarono la sua vita. Sotto la sua guida, nel 1911, nacque ”la Pia Opera Assistenza Infermi Poveri a domicilio”, con sede in Via P. Costa, oggi in Via Don Angelo Lolli, 20 (ex Via Nino Bixio). Un servizio fra i più umili e necessari per quei tempi, per i più poveri, sofferenti e bisognosi, totalmente gratuita. Aprì un laboratorio di maglieria per dare lavoro alle giovani della città.
Nel 1914 aprì il negozio “Alla Beneficenza” (prima in Via G. Mazzini, oggi in Via Gordini, 2), per la vendita dei manufatti, venduti anche in altre città, da commesse viaggiatrici, vere pioniere del settore.
1919 Apre la colonia di Bertinoro e nel ‘20 quella di Fognano.
1927 Fonda il giornale (ora mensile) “L’Amico degli Infermi” (il primo numero esce il 15 giugno dello stesso anno), vera voce dell’Opera, specchio di quello che è lo spirito dell’Opera stessa, oggi arrivato a 10.700 copie stampate. È uno degli organi fondamentali per la divulgazione di quella che è la vita all’interno dell’Opera e di come lo spirito del Fondatore si perpetua nel tempo. Il 15/6 inizia la pubblicazione dell’Amico degli Infermi. Puoi sfogliarne l’ultima copia in questa pagina.
1928 Il 25 gennaio inaugura l’”Ospizio Cronici Abbandonati S.Teresa del Bambino Gesù”.
1929 Apre la Farmacia, in via Mazzini 54, trasferita in seguito in via Nino Bixio 18 e ora in via De Gasperi 69-71.
1930 Dà inizio il 24 luglio alla pratica della questua in campagna, ora effettuata attraverso le “Giornate” per l’Opera nelle parrocchie della Romagna.
1931 Il 24 Ottobre fonda la congregazione religiosa “Piccola Famiglia di S.Teresa del Bambino Gesù”, per Suore e Confratelli, che ancor oggi svolge una parte del lavoro a favore dei malati e disabili dell’Opera.
1958 Muore presso l’Opera Santa Teresa il 17 aprile.

IL PENSIERO

IL SOGNO E LA REALTA’
“Voglio morire in questo sogno…estendere sempre più l’opera benefica di questo Ospizio… voglio vivere servendomi di tutti i mezzi che Dio dona, di tutti gli aiuti che Dio manda"."Non devo partirmi da questo mondo, senza avere spinto la barca in alto mare” (Don Angelo Lolli),
Potremmo definirlo il programma – testamento di Don Angelo Lolli, uno scritto che esprime tutta una vitalità, una passione, un impegno, radicati profondamente e direttamente alla sorgente della vita che è Cristo Gesù.
La situazione (ambiente e società ravennati) all’inizio del secolo scorso era segnata da un clima anticristiano-anarchico-massone che faceva della nostra Diocesi “la Cina d’Italia”, come l’aveva definita Papa Leone XIII, in occasione della nomina di Mons. Guido Maria Conforti, ad Arcivescovo di Ravenna, e in un tale contesto suscita sorpresa la tempra di questo Sacerdote, che, fortemente consapevole della propria vocazione, si è lasciato guidare dallo spirito di Cristo ed ha intrapreso, da solo, una missione coraggiosa, realizzando molteplici iniziative di Carità, rivolte al mondo del bisogno, della sofferenza e della solitudine.

LA FEDE E LE OPERE
Certo, l’intima vocazione di don Lolli si è delineata e maturata nell’incontro con la spiritualità di Santa Teresa del Bambino Gesù, per la quale sentiva una profonda ammirazione.
La Santa di Lisieux era stata folgorata da una scoperta sconvolgente; mentre rifletteva sui cap.12 e 13 della 1° lettera di San Paolo ai Corinzi, dove l’Apostolo spiega come tutti i doni, anche i più perfetti, siano nulla senza l’Amore, aveva “visto”chiaramente e quindi aveva deciso:
“Ho trovato il mio posto nella Chiesa…… nella Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore”.
Don Lolli, che verso di lei sentiva un'istintiva affinità spirituale, subì a sua volta il fascino di questa decisione: da Santa Teresa fu guidato, sostenuto e illuminato, in una ricerca continua per donare Amore, l’unico modo per dare sollievo all’Umanità sofferente.
Il Vangelo di Cristo Buon Samaritano non era solo oggetto dei suoi studi approfonditi, ma era accolto pienamente nel suo intimo e gustato fino in fondo, al punto di diventare carne della sua carne e sangue del suo sangue.
Don Lolli avvertiva intimamente la dimensione di servizio della sua vocazione sacerdotale, unita alla fede incrollabile nell’Amore di Dio, presente nell’uomo sofferente.
“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere?". Forse quella fede può salvarlo? La fede se non ha le opere è morta in se stessa. "Mostrami la tua fede senza le opere ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2,14.17.18b).

OSPIZIO CRONICI ABBANDONATI
Noi seminaristi, passando per via Nino Bixio, in fila per due, nelle ore dell’uscita serale, potevamo leggere, scritto a grandi caratteri, sul muro della prima sede dell’Opera, “Ospizio Cronici Abbandonati Santa Teresa del Bambino Gesù”: chiara indicazione dello spirito e delle caratteristiche di ciò che Don Lolli aveva meditato, in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento, con la corona del Rosario in mano, segno del suo pieno affidamento a Maria, insostituibile punto di riferimento e fonte inesauribile di ispirazione.
Un’insegna che era tutto un programma:
OSPIZIO: ambiente con caratteristiche ben precise, luogo dove si accoglie con amore; quindi il bene dell’ospite al primo posto, un bene donato con lo stile del Signore che nell’Amore ha pensato e voluto quella creatura.
CRONICI: persone non più in grado di guarire; la Missione che Don Lolli ha abbracciato si rivolge a quanti sono in costante sofferenza, che non hanno umanamente prospettive di guarigione; anziani, adulti, giovani e purtroppo anche bambini, particolarmente i cerebrolesi.
ABBANDONATI: coloro che non hanno possibilità umana di un'adeguata assistenza nella famiglia, oppure se questa non sia in grado di dare un supporto adeguato alle necessità richieste.

NASCE L’AMICO DEGLI INFERMI

Nel giugno 1927 Don Lolli fondò il bollettino della Casa, il mensile “L’Amico degli Infermi” (ancora oggi esce mensilmente con una tiratura di 10.700 copie) che fu ed è la voce costante dell’Opera, per raccontarne la vita, le iniziative, i programmi, le realizzazioni, a servizio dei “fratelli sofferenti”, nello spirito del Vangelo.
Sul primo numero, datato 15 giugno 1927, don Lolli scrisse i seguenti passi.
"Due parole di presentazione: Non è senza una certa trepidazione che ci risolviamo a toglierci dall’ombra abituale del nostro umile lavoro, ed affrontiamo la luce chiassosa del pubblico, per farci voce comunicante dei nostri poveri ammalati e sviluppare per essi un lavoro più intenso e proficuo.
Ci siamo fatti una santa missione di penetrare nelle case del dolore e stendere affettuosamente la mano a tanti, cui la vita e il mondo abbandonano in un triste tramonto di squallore e di lacrime.
Questo ideale abbraccio con ardore di passione, ci dà la febbre del lavoro, un’ansia di tutto osare, anche quando parrebbe superiore alle nostre forze.
Perciò non indietreggiamo nemmeno di fronte alla via della pubblicità.
Che cosa vogliamo? Che domandiamo? Cosa speriamo? Lo diciamo semplicemente.
Vogliamo essere, per molti derelitti, degli amici sinceri, degli angeli affettuosi, che si presentano nell’ora del dolore quando tutti sono partiti; e offrire non un semplice tributo di parole e di compassione, ma prestare efficacemente ogni risorsa della carità cristiana, per far rivivere ancora nel loro cammino dei fiori di speranza, dei raggi di gioia.
Domandiamo ad altri cuori generosi, ad altre anime belle – ve ne sono sempre delle riserve inesauribili nella grande famiglia umana – una libera e spontanea cooperazione, offrendoci quanto materialmente e spiritualmente hanno di esuberante.
A chi è ricco di entusiasmi, e ha tempo a disposizione a dedicarsi agli ammalati, noi diciamo: venite con noi. La vigna è spaziosa, è soleggiata di grande amore di Dio; il lavoro non manca e il frutto è senza misura.
A chi non può darci il suo lavoro, ma non è scarso di doni di Provvidenza di Dio, noi diciamo: ricordatevi anche di noi.
Tutto ci è prezioso.
Anche un oggetto in disuso, una moneta qualsiasi, una piccola preghiera fatta di cuore a Dio per noi, sono tante piccole gocce d’acqua, che messe insieme, moltiplicate all’infinito, costituiscono le grandi cose.
Che cosa speriamo? In noi nulla, in Dio tutto.
Ogni qualvolta guardiamo alla nostra piccolezza ci sentiamo smarriti, ma elevando il pensiero alle promesse di Dio, diventiamo entusiasti come davanti a una facile conquista.
Non sono di Cristo queste parole: “se due di voi si accorderanno sulla terra a domandare qualsiasi cosa, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli”? Non è Vangelo che leggiamo: ”se avete fede e non vacillerete, quando anche diciate a questo monte: levati e gettati in mare, sarà fatto”?
Orbene queste parole divine noi le prendiamo alla lettera, e, nel nome di Colui che le ha proferite, chiudiamo gli occhi e ci buttiamo avanti, perdutamente.
Dio è la nostra luce e c’inspirerà, la nostra forza e ci sosterrà, la nostra ricchezza infinita e ci darà tesori a milioni, quanti ne occorrono per la causa sua.
Per un ospizio di infermi cronici.
Vi sono progetti e cose a questo mondo che, quando Iddio ha disposto di attuare, sono fatti prima lungamente e intensamente desiderare.
Tale possiamo dire sia stata per noi l’idea di una Casa Rifugio per tanti poveri infelici battuti dalla miseria e dal dolore, abbandonati un po’ alla volta da tutti, costretti a spegnersi, assaporando a gocce le più amare disillusioni della vita.
Nella lunga consuetudine delle nostre visite settimanali abbiamo sondato abissi di desolazione – che non si pensano senza raccapriccio.
Purtroppo non abbiamo potuto fin qui che distruggerci di compassione e dolerci di non saper sovvenire con aiuto adeguato.
Ma poi ci siamo persuasi che mille lacrime valgono proprio nulla di fronte alle più urgenti necessità; ed abbiamo deciso di fare qualche cosa di pratico.
La vita è breve; e non vale la pena esaurirla nel vuoto di sterili aspirazioni.
Urge far presto e sfruttare al massimo il tesoro di energie che Dio ci ha dato.
Perciò un gruppo di buone Signore, dalla fede intensa, dal cuore che non misura i sacrifici, si sono costituite in Comitato, e, confidando in Dio, si sono proposte di riuscire a qualunque costo.
Per intanto è disponibile un vasto locale, che, se non bello, è certamente sovrabbondante di aria e di luce e suscettibile di opportuni adattamenti.
Per l’arredamento è bastato un piccolo cenno, passato fra poche persone, per trovare, nella proverbiale generosità romagnola, un’immediata corrispondenza di cordialità sincera e spontanea.
Ci lusinghiamo che, lanciato l’appello in forma più vasta, il nostro Guardaroba possa fornirsi, se non in tutto, almeno in gran parte, di quanto gli abbisogna. Mobili, oggetti d’uso, indumenti, biancheria, commestibili….tutto ci è prezioso, come una manna del cielo.
Certo non nascondiamo che il mantenimento di questa nuova famiglia, la più imponente e bisognosa, costituisce un problema economicamente non facile, dal punto di vista umano.
"Ma, lo abbiamo detto, noi puntiamo le nostre mire sulla Provvidenza di Dio, a cui chiediamo di mandare in aiuto degli amici cooperatori, che noi chiameremo col nome di Soci”.
Nel numero di luglio dello stesso anno, don Lolli manifestò ancora una volta la sua ferma volontà e pienamente fiducioso, vide raggiunto il suo obiettivo.
Parlò ai suoi lettori dello scopo de “L’Amico degli Infermi”, con cui egli intendeva portare sollievo a quanti nella vita erano condizionati dai problemi della povertà, del disagio, della malattia, della solitudine.
“Primi rilievi. Mi è parsa una cosa nuova, un’idea tanto felice quella di un giornalino tutto e solo per noi, poveri dimenticati nel letto del dolore.
La malattia è davvero un martirio fisico e morale, rivolto al doppio scopo di purificare corpo e anima da tante illusioni terrene di cui ci riempiamo nei giorni così detti felici.
La febbre è un fuoco che arde e consuma il corpo: l’abbandono, il silenzio, la solitudine sono un ghiaccio che schianta le fibre dell’anima.
Gli amici di una volta non hanno più tempo per noi. Appena in fretta qualche rara visita di convenienza, col solito formulario di frasi imbarazzate, insignificanti, che ormai sappiamo bene a memoria.
L’Amico degli Infermi invece è il Buon Samaritano, che non passa oltre frettoloso, ma si ferma ad offrire generosamente il suo tempo, il suo cuore, i suoi balsami di conforto e di aiuto a chi è caduto nella vita.
Grazie alla gentile incognita dell’adesione così cordiale, delle parole così buone.
Il nostro desiderio non poteva essere meglio indovinato e meglio espresso.
Davvero miriamo con tutta l’anima al sollievo materiale e morale di chi soffre.
Per tale scopo, non fidenti nelle nostre sole vedute, apriamo volentieri le colonne del nostro giornalino a chiunque voglia offrirci suggerimenti migliori. Desideriamo ch’esso divenga il portavoce degli infermi, la palestra dove essi manifestano con libertà e franchezza le loro inspirazioni, per esprimere le quali non occorre certo dello studio e dell’arte squisita.
Il migliore studio è una buona riflessione, l’arte più bella è saper essere naturali e sinceri.
Siamo tutti così belli nell’anima se sappiamo farla trasparire nitidamente al di fuori come Dio ce l’ha fatta.
Invitiamo quindi tutti a farsi nostri soci e corrispondenti; a collaborare cioè al nostro Giornalino, esponendo tutto ciò che credono possa interessare la classe da noi prediletta: gli ammalati.
Vogliamo che diventi un foglio da essi atteso, ricercato avidamente, letto ed amato come il loro giornale.
Siamo così felici di poter pensare che divenga per essi come un piccolo albero che manda un po’ d’ombra, una soave brezza che rinfresca, un fiore perduto nell’erba, un canto soave di uccelletto che rallegra.
Diremo sempre ad ogni ammalato, a qualunque infelice di corpo e di anima: Amico ti amiamo e non domandiamo nulla.
Prenditi l’ombra dell’albero, la frescura della brezza, il profumo del fiore, il canto che rallegra.
"Dio te li dona, accettali; e va con la tua gioia a ringraziare Lui solo; perché tutto e sol da Lui deriva ciò che di bello e delizioso sa produrre l’amore”.

IL PROGETTO PRENDE FORMA
Don Lolli, inoltre, sottolineò con forza l’impegno nel lavoro per tutti coloro che si sarebbero dedicati al servizio nell’Opera. Scriveva:
“La nostra giornata non è molto diversa da quella di altri,che, in tutto o in parte seguono la stessa via". Si lavora, si lotta e si spera sotto il bellissimo sole della Fede che ci avvolge. Lavorare è un bisogno e un dovere. E’ la moneta che Dio esige da noi per regalarci i tesori della sua amorosa Provvidenza.
La lotta è inseparabile dal lavoro. E’ un vento di burrasca che, di fianco o in pieno, ci soffia sempre, rendendoci consapevoli della nostra fenomenale debolezza e costringendoci a ricorrere con ansia a Dio, nostra dolce, immancabile difesa.
La speranza regna sempre sovrana. Affinché si rassodi e si tempri, Dio ce la contorna spesso di prove; perché non si spezzi ce l’infiora talvolta di consolazioni e gioie.
"Le difficoltà, le preoccupazioni, i non sempre lieti momenti di vita, le apatie, i dissensi, i rifiuti sono le nubi, più o meno nere, che offuscano il cielo azzurro delle nostre speranze” (don Lolli).

LA METAFORA DELLA BARCA

Nella vita a momenti di bonaccia seguono momenti di acque agitate da venti contrari.
Succede nella vita di tutti, come nella storia delle istituzioni, così è per il “sogno” di don Lolli.
La distesa delle acque agitate dai venti contrari, il mare burrascoso, è una delle immagini del viaggio faticoso e denso di pericoli che l’uomo compie nell’arco di tempo che va dalla nascita alla morte.
La vita è una navigazione su una navicella fragile e beccheggiante sotto un cielo spesso scuro e senza stelle, mentre la meta è nascosta dietro l’orizzonte, quasi fosse una chimera inafferrabile e irraggiungibile.
Esposto ad ogni genere di pericoli, l’uomo avanza tentoni, con il rischio di affondare da un momento all’altro in un abisso senza speranza.
E’ in questo scenario di solitudine, sofferenza e miseria, che don Angelo Lolli, illuminato e sostenuto da Cristo Signore, ha realizzato questa barca “l’Opera Santa Teresa”con il proposito di riuscire quanto prima a portarla in acque sicure, più profonde e adatte per una tranquilla navigazione: “voglio morire in questo sogno – scrive don Lolli – estendere sempre più l’opera benefica di quest’Ospizio. Non devo partirmi da questo mondo senza avere spinto la barca in alto mare”.
E’ un navigare nel mare del mondo che certo non è sempre tranquillo, specie in questi tempi: un viaggio né facile, né comodo.
Si tratta di una Missione che, oggi come ieri, deve avere come punto focale Cristo Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, guidati da Lui che cammina con noi e ci esorta: “Coraggio, sono io, non abbiate paura.”
Non dobbiamo mai dubitare di Lui e non distogliere mai lo sguardo da Lui; diciamo con S. Paolo “so a chi credo e sono certo”.
Nell’"Evangelisti nuntiandi” si dice che il mondo ha bisogno di testimoni; l’uomo di oggi ascolta più con gli occhi che con gli orecchi.
Si vuole così affermare che le parole se non sono vissute e concretizzate con la vita e le opere da chi le pronuncia, non hanno senso per l’uomo d’oggi, specialmente per i giovani.
E’ un mondo dominato dallo spirito dell’Apostolo Tommaso “se non vedo, non credo”; e don Lolli con la sua Opera, da anni insegna, facendo.

L’UMANITA’ SOFFERENTE
Uno dei punti di frattura più gravi della società in cui viviamo è la povertà che porta all’emarginazione, per cui i più deboli si trovano in situazioni di varie difficoltà, che compromettono la loro vita.
Sono “gli ultimi” dei quali parla il documento della CEI “La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese”.
Sono le persone anziane, gli handicappati, i tossicodipendenti, i cerebrolesi, i colpiti da AIDS, le persone con gravi disabilità acquisite, gli ammalati terminali, dimessi dagli ospedali, specie dai reparti oncologici.
Sono i popoli del terzo mondo, vittime della fame, decimati da epidemie, siccità, guerra e violenze.
Sono le persone senza fissa dimora, che vagano per le nostre città in cerca di cibo, di un rifugio, di un lavoro, per trovare un minimo spazio per la loro dignità.
Senza dubbio gli emarginati esistono perché c’è chi emargina, così pure, osservando la fascia, sempre più vasta degli abbandonati, degli esclusi, degli oppressi, non possiamo non pensare che questi esistono perché c’è chi abbandona, chi esclude, chi opprime.
Purtroppo molte persone nascono con dei problemi, con delle difficoltà, ma chi fa diventare tale un handicappato sono le persone che gli stanno intorno, è la mentalità dell’avere e del benessere a tutti i costi che, come narcosi, “sballa” tutta l’ottica del vivere.
Il male non sta nella carrozzella, ma in chi, vedendola, scarta, la elimina, sfugge chi le sta sopra; al contrario, nell’accoglienza e nel rispetto, la carrozzella diventa strumento di comunione, di inserimento, soggetto attivo nella storia, in pratica, diventa strumento di resurrezione e di vita, per tutti noi che siamo condizionati dall’egoismo, particolarmente verso chi è in difficoltà.
E’ l’egoismo che uccide ogni senso della vita.
In questa ottica, l’altro è visto come un oggetto che serve, un’occasione di cui approfittare, o un ingombro da “far fuori”.
Siamo in una società immatura, dove ognuno vuole qualcosa dagli altri, senza mai dare nulla, una società che non vuole farsi carico di nulla, e non sa amare “chi non serve, chi sta male, chi è di peso.
Una società così disumana è destinata a morire.
Ma la famiglia, intesa come Famiglia-luogo-di-accoglienza, sarà generatrice di una vita diversa, di una vita nuova, aperta al mondo del bisogno, diventando sintesi di veri valori umani, di cui c’è estremo bisogno.

IL RUOLO DEL CRISTIANO
Al centro di questo mondo di dolore e di umiliazione c’è Cristo Gesù – Dio fatto uomo – che, per Amore, ha assunto la condizione umana, ha “perso la faccia” per noi; non si è vergognato di prendere su di sé il peso della povertà, dell’abbandono, del tradimento da parte dei Suoi, della sofferenza, della morte in croce.
Su questo esempio, come espressione di questa testimonianza, ecco il Cristiano…un praticante-credente-credibile; da tutto questo deriva che egli deve essere l’uomo della gratuità, della condivisione, della liberazione e promozione di ogni persona.
E’ colui che si mette accanto agli altri per camminare insieme, per riparare le colpe sue, di altri, della Comunità; è colui che si impegna in questo senso nei modi più diversi e negli ambiti più vari della vita.
Indispensabile è lo stile della gratuità.
Dobbiamo partire da un fatto che sta alla base della nostra vita: l’esistenza di ognuno di noi l’abbiamo ricevuta da Dio, come dono, come regalo, nel senso più pieno e più vero.
Convinti di questo che è la radice del nostro essere e del nostro operare, se dunque la vita è dono di Dio, la linea per poterla realizzare senza tema di sbaglio, è donarla: riconoscersi e vivere come dono per gli altri.
Così ogni persona è dono e valore del quale la Comunità non può fare a meno, in quanto perderebbe una parte insostituibile di se stessa.
Il compito del Cristiano è reinserire nella propria realtà di vita coloro che hanno bisogno di un “naturale” supporto per intraprendere il loro cammino esistenziale con frutto, affinché non vengano esclusi, entrando a far parte degli “ultimi”.
Ogni Cristiano è chiamato a vivere con coraggio nella logica del dono di sé, del proprio tempo, delle proprie capacità personali, in una parola, della propria vita.
Deve scoprire la strada da percorrere per realizzarsi secondo il disegno che Dio ha pensato per noi.

NASCE LA “PICCOLA FAMIGLIA DI SANTA TERESA DEL BAMBINO GESU'”

Don Lolli aveva intuito che nella sua missione di Carità il Signore chiamava Donne e Uomini ad una consacrazione totale, al suo servizio d’amore verso i fratelli sofferenti e, proprio per corrispondere alla volontà di Dio, ha istituito la “Piccola Famiglia di S. Teresa del Bambino Gesù”.
Le prime componenti emetteranno i voti pubblici il 24 ottobre 1931, mentre il riconoscimento diocesano della congregazione si farà attendere fino al 2 febbraio 1955.
Sarà la “Piccola Famiglia” l’ossatura portante e la guida sicura dell’Opera di don Lolli, con lui e dopo di lui, affinché la stabilità e lo spirito potessero mantenersi, nel tempo e nello sviluppo futuro, integri e solidi come il Fondatore li aveva pensati e voluti.
Come nella vita di ogni uomo c’è un giorno, un’ora che diventa un evento, così l’istituzione della “Piccola Famiglia” diventa un punto focale che segna in modo decisivo la vita dell’Opera.
La vocazione del Cristiano è di servizio. Gesù stesso è tutto dedito all’Amore del Padre e al servizio dei Fratelli: “Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito ma per servire”.(Mt. 20,28)
Servire Dio nei fratelli sofferenti, questa è la vocazione anche delle Consorelle e dei Confratelli della “Piccola Famiglia”.
Essi consacrano la propria vita nell’Amore sponsale con Cristo, in intima unione con la Sua Chiesa, per il bene di un'Umanità che ha bisogno di scoprire il senso della propria esistenza.
Vivere per gli altri, donarsi, sacrificarsi per il loro bene, è “vivere come Dio”, è attuare quello che Gesù, vivo in ogni Cristiano, vuole che facciamo.
Pertanto sempre, ma specialmente oggi, è urgente per tutti “l’obbligo” che diventiamo generosamente prossimo di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto, ammalato, anziano, emarginato, colpito dall’AIDS, traumatizzato, o straniero ingiustamente disprezzato, handicappato, cerebroleso.
Non possiamo credere di essere veri “figli di Dio” se non ci sentiamo fratelli di ogni uomo.
Questa fede, non solo è l’anima della Carità della nostra Opera nella sua attività, ma diventa la forza vera per impegnarci a servizio delle vittime della povertà, dell’ingiustizia, del vizio, di ogni rigurgito di egoismo, che oggi più che mai domina la società.

PREGHIERA
Il Fondatore, giustamente e meritatamente ha privilegiato i consacrati, Consorelle e Confratelli, della “Piccola Famiglia di S. Teresa del Bambino Gesù”, componendo per loro una preghiera, da recitare all’inizio di ogni giornata.
Una preghiera con cui Egli esprime e manifesta davanti a Dio tutta la valenza di questo gruppo di Consacrati come elemento portante della sua Opera:
“Al principio di questa nuova giornata, rinnovo, o Gesù, le promesse solenni che ho fatto coi voti,
di consacrarmi a Te, totalmente e per sempre,
di consumare la mia vita nell’esercizio della Carità più ardente e generosa verso tutti e specialmente verso i miei fratelli sofferenti, per i quali darò tutta la mia mente, il mio cuore e tutte le mie forze. Perciò:
-di mantenere l’anima mia sempre candida e pura
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di ubbidire prontamente e con gioia
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di distaccarmi dalle povere cose di quaggiù
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di vedere nei miei fratelli sofferenti la Tua immagine e di servirli come servirei la Tua adorata persona
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di volere bene a tutti, specialmente a quelli di casa, per i quali non voglio essere un’ombra di tristezza, ma un angelo di conforto e di gioia
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di non pensare, dire o fare la più piccola cosa che ti faccia dispiacere
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di essere sempre il Tuo fiore di amore e di consolazione
TE LO PROMETTO, GESU’;
-di voler vivere, lavorare, soffrire e morire solo per Te
TE LO PROMETTO, GESU’;
Fa’, Signore, con la Tua Santa Grazia, con l’aiuto della mia carissima Madre Maria e per l’intercessione dei miei Santi avvocati, che io mantenga fino alla morte quanto Ti prometto con tutto il cuore e l’anima mia.

“PICCOLA FAMIGLIA” SCINTILLA D’AMORE
Fare parte della “Piccola Famiglia di SantaTeresa del Bambino Gesù” è il modo più vero per una donazione totale della vita, animati dall’amore verso i fratelli che sono nella sofferenza ed nella povertà.
La vita consacrata a Dio per l’amore ai fratelli in sofferenza, è uno stile, un modo di essere che nell’ambito dell’emarginazione, presenta vivo e inconfondibile il volto di Cristo Signore.
E’, infatti, in questa logica che la figura, l’opera e il carisma di don Angelo Lolli balzano con prepotenza alla ribalta, per essere di richiamo e di guida per il mondo, specie per i giovani del nostro tempo. Uno dei nostri impegni di primaria importanza è mettere in risalto tutta la vitalità di questa figura e la sua inconfondibile testimonianza.
Don Lolli, oggi più che mai, è una voce che chiama, dicendo: ”Sarò l’amico degli sventurati”.
Il suo è un ideale che sorprende e che per noi deve farsi programma di vita e coinvolgere, nella sua totalità, l’esistenza di chi è chiamato.
Si tratta di una scelta di vita che darà corpo a tutta una serie di novità, per un servizio di donazione a chi, nella difficoltà, è vittima dell’abbandono e della solitudine, incapace di affrontare da solo il cammino della vita.
E’ una scintilla d’amore che si sprigiona da un cuore in piena armonia con Cristo Signore, il “ricco di Misericordia”, il segno rivelatore che Dio ha invaso la vita di un uomo che si fa padre, madre, fratello, sorella di chi, nella battaglia della vita non è in grado di lottare da solo.
“Solo con loro mi intendo bene, con loro la mia anima si trova in pace”. Don Lolli)
L’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù nasce da questa radice, che è una “ricchezza” sempre attuale a cui bisogna attingere perché l’albero possa espandersi con una folta e vasta chioma, in grado di produrre abbondanza di frutti.

UNA LUCE DI SERENITA’ E DI SPERANZA
Per i poveri di oggi, la passione d’amore di don Lolli si fa più viva e stimolante; anche perché, se ci guardiamo attorno, di povertà e di poveri ne abbiamo sempre di più, risultato di una civiltà che si arricchisce sfruttando, che si fa strada emarginando, illudendo la gente con il fascino dell’effimero che disorienta e ulteriormente impoverisce.
Se siamo sinceri con noi stessi, non possiamo non sentire questa voce che continua a gridare alla nostra vita, troppo spesso ridotta a deserto inospitale, avvolta dal grigiore della mediocrità.
Per ridare speranza a chi è disperato, dobbiamo uscire dalla comoda nicchia che ci siamo ricavati, solo per noi, guidati dai nostri egoismi.
Senza ombra di dubbio il Fondatore è stato guidato e sostenuto dallo spirito di Dio, luce e forza per ogni uomo, e l’Opera Santa Teresa, che da lui è nata, non poteva non acquistare, nella terra di Romagna e nella realtà ecclesiale, un’importanza e un valore, oggi più che evidenti: l’Opera è un segno vivo della presenza dell’Amore Salvifico di Cristo, un luogo dove i sofferenti sono consolati, dove gli storpi sono incoraggiati nel cammino, dove i poveri sono beati e tutto questo perché l’amore che sta alla sua base è fonte di vita.
Dunque, noi, che dedichiamo la nostra vita a quest’Opera, abbiamo la rara opportunità di offrire una parola, un esempio di vita ed un sostegno che guariscono, che risollevano e vivificano, che restituiscono all’esistenza il suo valore profondo, anche se in tante manifestazioni è un’esistenza inferma e mutilata.
Il nostro lavoro e la nostra presenza debbono saper portare una luce di serenità e di speranza.
Come Gesù è portatore di vita, così anche noi, nel suo nome, dobbiamo promuovere il rifiorire della vita e della fiducia, nella realtà che il Signore ci ha affidato.
Questo invito è rivolto a tutte le persone giovani e non più giovani di buona volontà che vogliono o vorranno donare se stesse a Cristo, presente nel fratello o nella sorella in difficoltà.

 

I PRIMI PASSI DELL'OPERA

Vi invitiamo a leggere alcune pagine della Biografia di Don Angelo Lolli.
Il seguente brano è tratto dal capitolo 17°del libro “Don Angelo Lolli

"Le follie dell’Amore” di Alessandro Pronzato:

“…Ha inizio dunque l’avventura, piena di incognite e non esente da rischi. Difficile accertare se abbia avuto incoraggiamenti.
E’ più probabile che la decisione, naturalmente frutto di meditazione prolungata e di preghiera, sia stata essenzialmente sua. Ma non poteva, ovviamente fare tutto da solo.
Né lui intendeva essere protagonista assoluto, eroe solitario, asso pigliatutto.
Aveva bisogno di donne. Doveva coinvolgerle nei suoi ideali, farle partecipi dei suoi progetti arditi. La sua era un’avventura da “sognare insieme”, prima di tutto.
La donna, ossia l’immagine della gratuità. Ci fu un primo tentativo che non diede l’esito sperato.
Nel dicembre 1910, c’era stata una serie fitta di abboccamenti con la nobildonna Bice Boccaccini Puglioli, promotrice, a Ravenna, nel 1902, di un Patronato Femminile cattolico per le giovani lavoratrici.
Don Lolli, in seguito a quei colloqui e alle indicazioni ricevute, rastrellò una decina di persone, d’ambo i sessi, intenzionate a costituire un “Comitato d’azione per il bene”, dalle finalità piuttosto vaghe.
Dopo non poche discussioni, dalle quali affiorarono subito punti di vista divergenti, ci si orientò verso una Scuola per Infermiere.
Don Lolli, però, aveva in mente di creare, attraverso le allieve infermiere, una rete di assistenza ai malati poveri.
Per questo puntava sul volontariato e su persone che impostassero la propria azione sulla base di principi cristiani.
Gli fu preferita invece una scelta di tipo “neutrale” rispetto alle opzioni politiche e soprattutto religiose. Insomma qualcosa che non fosse troppo compromettente.
Messo in minoranza, Don Lolli lasciò cadere questo tentativo. Non era quello che si prefiggeva.
Per lui la solidarietà doveva, oltre che avere un riferimento preciso all’etica, essere animata da principi cristiani.
Lui, tuttavia, abortito quel primo approccio, non era tipo da arrendersi di fronte a un insuccesso. Bisognava semplicemente cercare altrove.
Il 3 gennaio 1911 ci fu un incontro con donne appartenenti all’aristocrazia e alla borghesia “bene” cittadina, di accertata fede cristiana.
Don Lolli si era fatto diffidente nei confronti delle discussioni interminabili che non approdavano a nulla di concreto. Bisognava, secondo il suo punto di vista, passare all’azione. Certe idee si chiariscono solo quando si comincia a fare, o, se vogliamo, a “farle”. Allora non esita a mettere allo scoperto le proprie carte.
Dal verbale di quella riunione, redatto dal promotore stesso, si precisano i suoi progetti.
Prima di tutto si punta promuovere, attraverso incontri periodici e conferenze, un’educazione familiare, che tenga conto del punto di vista morale, igienico ed economico.
Si tratta anche di costituire una cassa che assicuri la dote indispensabile per le giovani spose prive di risorse economiche e un’altra cassa per donne incinte e puerpere in difficoltà. Inoltre si prospetta la creazione di case-rifugio che ospitino ragazze strappate alle case di tolleranza (…).
(…) Per finire ecco la costituzione di un gruppo di infermiere che assicurino l’assistenza a domicilio dei malati poveri (un chiodo che si andava sempre più conficcando nella testa di questo prete).
E altro ancora. Tanta – forse troppa - carne al fuoco. E la fiamma risulta piuttosto smorta e restia.
Infatti, la presentazione di quel programma che dava le vertigini per la sua ampiezza e le novità audaci che implicava, finì per spaventare la dozzina di signore presenti, abbastanza allibite e sconcertate, le quali si limitarono a dare risposte vaghe, che Don Lolli, nel suo realismo, interpretò come un rifiuto, sia pure confezionato con le belle maniere e i sorrisi di circostanza.
Commentò con una certa indulgenza: “L’ambiente è incerto e timoroso”.
Incassò il secondo insuccesso senza scomporsi più di tanto e assicurò: “Io tenterò ancora”. C’era da aspettarselo.
Lui era convinto di riuscire a scovare donne disponibili al dono di sé, totale e senza riserve, all’insegna della più assoluta gratuità.
Donne determinate a spendere la propria vita, a investire il proprio tempo, le energie e le risorse della femminilità per una nobile causa.
Donne capaci di impostare la propria esistenza e a darle un senso preciso, “in altra maniera” rispetto alle aspirazioni e prospettive comuni. Le avrebbe scoperte e contagiate. Non dovette cercarle troppo lontano.
Concentrò la propria attenzione su San Biagio, la parrocchia dove era stato cappellano per soli sei mesi, ma mantenendo anche in seguito i collegamenti, soprattutto in due settori specifici: l’associazione delle Figlie di Maria e della scuola di canto.
Posò gli occhi in particolare su una certa Maria Belletti, di cui tra l’altro era confessore e direttore spirituale.
Costei era una giovane che si imponeva all’attenzione per la delicatezza e la finezza del tratto. La si sarebbe detta un’aristocratica. Ma lei non aveva sangue blu nelle vene, le sue origini erano umilissime, essendo figlia di un birocciaio che comunemente viene descritto con un aggettivo particolare “rude”.
Avrebbe avuto la possibilità di riscattare la propria modesta condizione maritandosi con un uomo piuttosto facoltoso. Insomma, quello che la gente, abituata a guardare soprattutto alle “sostanze”, giudica un “ottimo partito”.
Ma tutto era andato a monte perché il “promesso sposo” si era incaponito a volere il matrimonio civile, essendo allergico all’odore dell’incenso.
Maria Belletti, rivelando in quel gesto di che stoffa fosse fatta e di quale carattere forte fosse dotata, nonostante l’aspetto fragile, non esitò a mandare tutto all’aria, rompendo definitivamente e senza rimpianti quel legame.
Non poteva, ovviamente, rimanere nel vuoto.
E don Lolli, intervenendo con tempestività, le propose di colmarlo.
Lei si dichiarò d’accordo.
Un rapporto bruscamente spezzato, preludeva a un altro rapporto, ben più saldo e duraturo, basato su una condivisione di ideali.
Maria Belletti aveva imparato, alla scuola del suo consigliere, a distinguere tra interessi e valori.
Si tenne l’ennesima riunione, questa volta nella sede della biblioteca circolante, in via Paolo Costa. Vale la pena riferire la data: 25 maggio 1911, festa dell’Ascensione del Signore, perché viene posta la prima pietra – o, se si preferisce, gettato il primo seme – della futura Opera di Santa Teresa.
Cinque persone col cuore in tumulto, quattro donne e un prete.
Stavolta don Lolli, sebbene il fuoco sia robusto, ancora scottato dall’esperienza precedente, non mette in programma troppe cose.
Si limita a cavarsi il chiodo fisso che tiene conficcato in testa.
Così i cinque complici, stavolta senza stucchevoli quanto sterili discussioni, danno vita, assicurando il proprio impegno, alla “PIA OPERA ASSISTENZA INFERMI POVERI A DOMICILIO”.
Nel verbale sta scritto, con una certa solennità:
“Giorno dell’Ascensione di N. Signore.
"Si è istituita in Ravenna una Società femminile con il nome di Pia Opera Assistenza infermi poveri a domicilio, la quale si propone di proteggere in qualunque modo l’ammalato, igienicamente, finanziariamente e moralmente”.

 

La Causa di Beatificazione e Canonizzazione

“Voglio morire in questo sogno… estendere sempre più l’opera benefica di questo Ospizio... voglio vivere servendomi di tutti i mezzi che Dio dona, di tutti gli aiuti che Dio manda… Non devo partirmi da questo Mondo, senza avere spinto la barca in alto mare" (Don Angelo Lolli).

CAUSA DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE DEL SERVO DI DIO MONS. ANGELO LOLLI (1880-1958).
Domenica 7 maggio 2000 Mons. Luigi Amaducci, Arcivescovo Amministratore Apostolico di Ravenna-Cervia, nel Santuario di S.Maria in Porto, durante il solenne Pontificale conclusivo delle celebrazioni centenarie della Beata Vergine Greca, ha formalmente aperto la Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Don Angelo Lolli, Fondatore della Congregazione religiosa “Suore della Piccola Famiglia di S. Teresa del Bambin Gesù” e dell’“Opera Santa Teresa del Bambin Gesù”.

Non poteva essere scelta occasione più opportuna per avviare il Processo di Beatificazione di quell’”Angelo di Carità” che, come Maria, “l’umile serva del Signore”, ha speso tutta la sua vita, i doni di natura e di grazia, nel silenzio, nel nascondimento, talvolta anche nell’incomprensione, a servizio “dei poveri, degli ammalati (nel corpo e nello spirito), dei nemici, di molti derelitti” e ha voluto essere, fino a quando le forze gliel'hanno consentito, per ciascuno di loro, “un Angelo sincero, un Angelo affettuoso”, che si presenta nell’ora del dolore quando tutti sono partiti, per offrire non un semplice tributo di parole e di compassione, ma per prestare efficacemente ogni risorsa della carità cristiana, per far rivivere ancora nel loro cammino dei fiori di speranza, dei raggi di gioia”. Il lavoro per la Causa di Beatificazione del Servo di Dio è stato sin qui svolto con un ritmo intenso e sistematico, con l’aiuto di Dio, l’alacre premura delle sue figlie, che credono fortemente nella santità del loro Fondatore e vogliono renderla “pubblica”, e con la solerte disponibilità e collaborazione dei membri del Tribunale, dei periti teologi e degli storici (ciascuno per la propria parte). Tutto si è mosso con organicità, secondo la “severa” prassi giuridica prevista dalla Santa Chiesa. Un lavoro enorme, quello di una Causa di Beatificazione e Canonizzazione, ma entusiasmante ed affascinante, perché mette a diretto contatto con una santità esemplare, quindi “attuale e possibile”, e ricorda a tutti, anche nel nostro affannarci quotidiano, che “la nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20) e ripropone a ciascuno quella “misura alta della vita cristiana ordinaria” (NMI, 31), che è la consegna di Giovanni Paolo II al termine del Grande Giubileo.
Si è prossimi alla chiusura della fase diocesana della Causa. Confidiamo che il Signore continui a sostenerci e a darci luce e forza per portarla a compimento con fedeltà, per la sua gloria e per quella di tutta la Chiesa.

Chiunque ricevesse grazie per intercessioni del Servo di Dio Don Angelo Lolli è pregato di darne notizia alla:

Postulazione Causa Don Angelo Lolli
Via Santa Teresa, 8 – 48121 Ravenna
Tel. 0544-38548 Fax. 0544-34021
e-mail: piccola.famiglia@libero.it