Company Logo

Un pensiero al giorno

*****************************

 

Meditazioni quotidiane

 

di Don Angelo Lolli

 

*****************************

5 x MILLE

5 X 1000

Visite

382488
OggiOggi21
IeriIeri230
SettimanaSettimana812
MeseMese5708

Ravenna Patrimonio dell'Umanità

Ravenna (/raˈvenna/ Ravêna in romagnolo) è una città di 160 243 abitanti, capoluogo dell'omonima provincia in Emilia-Romagna e capitale mondiale del mosaico.

È la città più grande e storicamente più importante della Romagna; il suo territorio comunale è il secondo in Italia per superficie, superato solo da quello di Roma e comprende nove lidi sul litorale adriatico. Ravenna, nella sua storia è stata capitale tre volte: dell'Impero Romano d'Occidente (402 - 476),[3] del Regno degli Ostrogoti (493 - 553) e dell'Esarcato bizantino (568 - 751).

Per le vestigia di questo luminoso passato, il complesso dei primi monumenti cristiani di Ravenna è stato dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO (vedi Infra).

Negli ultimi 10 anni del XX secolo la città ha conosciuto un periodo di grande espansione. Alla crescita demografica si è affiancata una serie di progetti architettonici che si concentrano in particolare attorno al canale Candiano, che collega la città al mare Adriatico. La Darsena di città e le antiche zone portuali sono al centro della rivoluzione urbanistica che la città conoscerà nei primi decenni del XXI secolo con la creazione di zone verdi, viali, zone a carattere commerciale, del polo nautico e del Tecnopolo per l'energia.

Ravenna preromana

Abitata da genti umbre, la più antica testimonianza archeologica della città è etrusca: una statuetta del VI secolo a.C. dedicata con un'iscrizione a un dio della guerra (corrispondente al latino Marte) depositata come offerta da un abitante di Volsinii.

Ravenna fu risparmiata dalle invasioni galliche del IV secolo a.C.. Nel secolo successivo, la città entrò nella sfera d’influenza di Roma, non opponendosi all'avanzata del suo esercito nella campagna di conquista della Gallia Cisalpina. Dopo la vittoria definitiva sui Galli Boi (191 a.C.), i romani la accettarono come "città alleata latina" (civitas fœderata), condizione che le garantì a lungo una relativa autonomia dall'Urbe.

Ravenna romana

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ravenna romana e Classe (Ravenna).
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Classis Ravennatis e Praefectus classis Ravennatis.

Abitata da genti umbre, la città fu risparmiata dalle invasioni galliche del IV secolo a.C.. Nel secolo successivo entrò nella sfera d’influenza di Roma, non opponendosi all'avanzata del suo esercito nella campagna di conquista della Gallia Cisalpina. Dopo la vittoria definitiva sui Galli Boi (191 a.C.), i romani la accettarono come "città alleata latina" (civitas fœderata), condizione che le garantì a lungo una relativa autonomia dall'Urbe.
La città era al centro di una laguna costiera ed era attraversata da una canalizzazione interna[1]. Ravenna distava solo 17 km dalla foce del ramo meridionale del Po, cui era collegata tramite il fiume Padenna, affluente del Po, che arrivava fino a lambire le mura settentrionali della città. I romani lo denominarono Padus Messanicus.

Nel trasporto terrestre, la strada più importante era la via Popilia, che partiva da Rimini e giungeva a Ravenna costeggiando il litorale. L'arteria entrava da sud tramite Porta Aurea, una porta monumentale, costruita a doppio arco. Rimase l'ingresso principale della città per tutto il periodo romano[2]. Passata Porta Aurea, si apriva l'interna via Decumana. Le mura della città si sviluppavano per una lunghezza di 2,5 km.

Nella guerra civile del I secolo a.C. Ravenna si schierò con Mario. Nell'89 a.C. ottenne lo status di municipium all'interno della Repubblica Romana.
Nel 49 a.C. Ravenna fu il luogo dove Giulio Cesare riunì le sue forze prima di attraversare il Rubicone.

Mosaico della cupola del Battistero Neoniano

Alla fine del I sec a.C. l'imperatore Augusto decise di fare del porto di Ravenna un'importante base militare. Vi si stanziò una flotta militare (la Classis Ravennatis[3]), una delle due di stanza in Italia[4]. Contestualmente fu realizzato il collegamento tra Ravenna e Classe. I romani sfruttarono il letto del Padenna per costruire un canale artificiale. Il canale, detto Fossa Augusta, traeva le sue acque dal fiume e scorreva parallelamente alla via Popilia verso sud. Attraversava la città longitudinalmente (dove ora c'è via di Roma) e terminava a sud-est, congiungendosi allo scalo portuale[5]. Poi fu realizzato il collegamento dal Padenna-Fossa Augusta alla laguna veneta e al sistema portuale di Aquileia. Divenne così possibile navigare ininterrottamente da Classe ad Aquileia (circa 250 km) in acque calme e a regime costante.

Nei primi secoli dell'Impero l'agglomerato urbano di Ravenna si espanse raggiungendo un'estensione circa quattro volte superiore all'età repubblicana. Ad Est, oltre il Padenna, fu realizzato un grande sobborgo tra la città e il mare, denominato "Cæsarum". Il fiume Padenna, che un tempo si trovava ai confini della città, ora scorreva all'interno dell'abitato. Anche a Nord furono costruiti nuovi edifici al di là delle mura. Sorse così il quartiere Domus Augusta, la zona imperiale di Ravenna.

Capitale dell'Impero romano

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diocesi (impero romano).

Nel 402 Onorio, figlio di Teodosio I, decise di trasferire a Ravenna la residenza dell'Impero Romano d'Occidente da Mediolanum, troppo esposta agli attacchi barbarici. Ravenna fu scelta come nuova capitale perché godeva di una migliore posizione strategica e di difendibilità data la sua condizione di città marittima avvantaggiandosi dell'incontrastato dominio romano sul mare. In breve tempo, da centro di periferia, Ravenna si trasformò in città cosmopolita, fulcro di gravitazione politica, culturale e religiosa. Dopo aver preso a modello il fasto di Costantinopoli, Ravenna, ad essa legata da consolidati vincoli commerciali, assunse l'aspetto di una residenza imperiale bizantina: sorsero grandiose costruzioni civili e religiose che emulavano, nell'architettura e nelle decorazioni, quelle della capitale d'Oriente.

Monumenti fatti erigere da Onorio

Quando Onorio giunse a Ravenna, la città era già stata dotata di alcune importanti chiese. Nel 380 il vescovo Orso aveva cristianizzato una basilica romana, che da lui prese il nome di Basilica Ursiana. L'edificio venne ampiamente ristrutturato nella metà del V secolo per volontà del vescovo Neone, che vi aggiunse, a fianco, il Palazzo Arcivescovile e il battistero (chiamato oggi Battistero Neoniano)[6].
In seguito al trasferimento della corte imperiale, Onorio fece erigere la basilica di San Lorenzo in Cesarea. Localizzata a meridione della città, all'esterno dell'area urbana, si trattava presumibilmente di un santuario legato all'area cimiteriale.

All'attività di Onorio si deve anche la fondazione dell'Apostoleion, ovvero una chiesa dedicata ai Dodici apostoli[7] e della Moneta, ovvero l'edificio destinato alla coniazione delle monete dell'impero.

Alla morte di Onorio, l'erede diretto alla successione al trono era Costanzo III. Morto prematuramente anche quest'ultimo, la vedova Galla Placidia riuscì ad ottenere la reggenza dell'Impero in nome del figlio Valentiniano III, di soli 6 anni. Galla Placidia giunse a Ravenna nel 424 e continuò l'azione di monumentalizzazione della città, che aveva avviato Onorio, per un quarto di secolo, fino al 450.

Mausoleo di Galla Placidia
Monumenti fatti erigere da Galla Placidia

La sovrana commissionò la costruzione della Basilica di San Giovanni Evangelista, con la quale scioglieva un voto fatto durante il viaggio che l'aveva condotta da Costantinopoli a Ravenna via mare. L'edificio è ancora in essere, anche se nella sua parte anteriore ha subito un pesante intervento di restauro, resosi necessario all'indomani dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Forse all'imperatrice madre è da attribuire anche la committenza della chiesa di Santa Croce. L'edificio, che oggi è visibile solo parzialmente, era legato al sacello che generalmente viene denominato «mausoleo di Galla Placidia». La sovrana fece costruire il mausoleo per sé, per il marito Costanzo e per il fratello Onorio, ma non vi trovò sepoltura. Morì infatti a Roma il 27 novembre 450 e fu sepolta nella città eterna.

Nello stesso periodo fu eretta la nuova cinta muraria. La lunghezza complessiva del perimetro raggiunse i 5 km. Si ritiene che le mura fossero alte tra i 4 e i 5 metri. Il fiume Lamone che, proveniente da Faenza, passava a pochi km dalla città, fu deviato. Un ramo fu fatto scorrere lungo le mura per alimentare i fossati, mentre il corso principale venne arginato e fu fatto girare attorno alle mura di settentrione per poi riprendere il suo percorso verso Nord. Era successo infatti che, con gli anni, la Fossa Augusta si era interrata, a causa dell'apporto continuo di materiale dal Po e dai suoi affluenti.
La Porta Aurea rimase in piedi fino al XVI secolo, ultima delle vestigia imperiali a cadere. Le colonne della Porta vennero sparpagliate come trofei nelle chiese di Ravenna, e addirittura spedite a Venezia. Sculture di epoca romana decorano ancora la chiesa di San Giovanni in Fonte.

Capitale del Regno dei Goti (V-VI secolo)

Il mausoleo di Teodorico

A Ravenna si decisero le sorti dell'Impero d'Occidente allorché il 4 settembre 476 venne deposto l'ultimo imperatore, Romolo Augusto, per mano di Odoacre, re degli Eruli. Le insegne imperiali furono inviate a Zenone, imperatore d'Oriente, che nominò Odoacre patricius, riconoscendo e autorizzando il suo dominio sull'Italia. Pertanto la città divenne la capitale degli Eruli.

Il regno di Odoacre ebbe vita breve: nel 493 fu spodestato dal re degli Ostrogoti, Teodorico, che ottenne il controllo della città dopo un assedio durato tre anni [8]. Il sovrano goto regnò fino alla morte, nel 526. I Goti erano un popolo di culto ariano. Come aveva già fatto Odoacre, Teodorico lasciò ai Romani l'amministrazione della città. Fuori delle mura della città latina, verso il mare, Teodorico fece costruire il quartiere ostrogoto. Qui furono erette una cattedrale (oggi denominata Chiesa dello Spirito Santo) e un vicino battistero (oggi Battistero degli Ariani) per il culto ariano. Il sovrano, inoltre, intervenne con opere costruttive sulla residenza palaziale, che dotò di un'annessa chiesa palatina (successivamente denominata Sant'Apollinare Nuovo). Durante il suo regno fu fautore della pacifica convivenza tra cristiani cattolici ed ariani.

Teodorico si pose anche come arbitro nelle frequenti dispute tra cristiani ed ebrei. Uno dei più accesi scontri tra i fedeli delle due confessioni ebbe motivo occasionale una provocazione degli ebrei che, pare, gettarono in uno dei canali della città delle forme di pane, forse consacrate. Il vero motivo, probabilmente, fu di natura politico-economica. In ogni caso, al termine di violenti scontri furono molte le vittime e risultarono bruciate tutte le sinagoghe della città. Gli ebrei si rivolsero alla corte di Verona[9] per avere giustizia, ottenendo un decreto di Teodorico che condannava la popolazione cristiana a sborsare una forte somma, sufficiente alla ricostruzione delle sinagoghe distrutte [10]. Negli ultimi anni il re, contrariato dalla messa al bando dell’arianesimo voluta dall’imperatore d’Oriente e condivisa dal pontefice romano, abbandonò la linea politica conciliante che lo aveva contraddistinto ed attuò dure persecuzioni nei confronti della chiesa di Roma. Papa Giovanni I fu arrestato e condotto a Ravenna, dove morì prigioniero.

In questo periodo, il continuo afflusso di apporti alluvionali dei fiumi rese progressivamente inutilizzabile il porto di Classe e provocò l'interramento della Fossa Augusta. Nonostante ciò Ravenna continuò anche nell'Alto Medioevo ad essere una città d'acque: gli abitanti raccolsero le acque e ne impiegarono la forza per il mantenimento dei mulini.

Capitale dell'Esarcato d'Italia (VI-VIII secolo)

Giustiniano e la sua corte, nel mosaico della basilica di San Vitale.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ravenna bizantina.

Divenuto imperatore d'Oriente nel 527, Giustiniano avviò un programma politico mirato alla riconquista dei territori dell'Impero Romano d'Occidente occupati da regni barbarici. Per fare ciò, nel 535 inviò in Italia, al fine di riconquistarla, i suoi generali Belisario e Narsete. Ravenna fu tra le prime città ad essere riconquistate, nel 539. L'anno successivo Giustiniano ricostituì le prefetture del Pretorio. Ravenna fu dichiarata capitale della Prefettura d'Italia. Il primo prefetto del pretorio nominato dai bizantini fu Atanasio. A conferma del prestigio che la città aveva raggiunto, la sede episcopale venne elevata ad arcidiocesi. Giustiniano pose al vertice della sede vescovile ravennate un suo uomo di fiducia, Massimiano, che assunse, per volontà dell'imperatore, la carica di arcivescovo. Per molti secoli a venire l'arcivescovo di Ravenna fu uno dei principali rappresentanti del potere imperiale in Italia.

La religione predominante in città ritornò quella cattolica; per gli ariani cominciò la diaspora. Giustiniano e Massimiano promossero la costruzione di importanti monumenti sacri. Giustiniano commissionò la costruzione della Basilica di San Vitale, mentre Massimiano promosse la costruzione della basilica di Sant'Apollinare in Classe. Il ricco banchiere Giuliano l'Argentario finanziò, inoltre, la costruzione della chiesa di San Michele in Africisco [11]. Infine, durante questo periodo sorsero le prime pievi del territorio ravennate, in stile romanico.

La guerra greco-gotica si concluse nel 553 con la vittoria completa di Giustiniano. Ma l'Italia dovette fronteggiare pochi anni dopo una nuova guerra. Nel 568 la penisola fu invasa dai Longobardi. L'impero bizantino si trovò impreparato per fronteggiare l'invasione della popolazione germanica che, entrata attraverso le Alpi Giulie, scese verso la pianura padana seguendo la via Postumia. I Bizantini riuscirono solamente a mantenere il controllo di Ravenna, sede del loro governo in Italia, e di Roma, sede del potere spirituale. Le due capitali rimasero collegate poiché i Bizantini mantennero il controllo di una stretta fascia territoriale solcata dalla via Amerina, la via romana che seguiva il corso del Tevere attraversando Umbria e Flaminia (Corridoio Bizantino).

Nel 580, l'imperatore Tiberio II divise in cinque province o eparchie l'Italia bizantina: Ravenna fu inserita nell'Annonaria, di cui fu eletta capitale. Pochi anni dopo l'imperatore Maurizio prese nuovi provvedimenti per arginare l'invasione longobarda, il più importante dei quali fu la soppressione della Prefettura del pretorio d'Italia, che fu sostituita dall'Esarcato d'Italia, governato dall'esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione.

Medioevo

Dai Carolingi agli Ottoni (VIII-XI secolo)

I Bizantini difesero l'Esarcato d'Italia dai Longobardi per oltre duecento anni, ma non mancarono di colpire la città quando essa mise in discussione il predominio imperiale. Nel 709 l'arcivescovo Felice manifestò l'insofferenza della sede ravennate per la soppressione dell'autocefalia. Nel 710 i ravennati assassinarono l'esarca Giovanni Rizokopo. La punizione dell'imperatore Giustiniano II fu dura: nel 711 la città fu depredata. L'arcivescovo Felice ed alcuni notabili molto stimati furono arrestati e condotti a Costantinopoli, dove subirono il supplizio dell'accecamento.

Nel 711 l'Esarcato viveva una pace pluridecennale con il regno longobardo. Nel 712 il nuovo re Liutprando restituì all'esarca il porto di Classe. Ma cinque anni dopo, approfittando della guerra in corso tra Costantinopoli e gli Arabi, attaccò e saccheggiò Classe ed assediò Ravenna. Liutprando, accortosi dei gravi problemi presenti nel sistema difensivo bizantino, concepì il piano di unificare la penisola sotto la monarchia longobarda. Gli attacchi all'Esarcato ripresero con forza. Dopo che Classe fu liberata (728 o 729), nel 732 Ravenna venne conquistata per la prima volta da Ildeprando, erede al trono di Liutprando, e da Peredeo, duca di Vicenza. L'esarca Eutichio riparò nella laguna veneta, in territorio bizantino. In breve tempo fu armata la flotta veneziana che, guidata dal duca Orso, riportò la capitale dell'Esarcato sotto l'autorità bizantina. Peredeo morì in battaglia, mentre Ildeprando fu fatto prigioniero. Successivamente Eutichio rientrò a Ravenna.

Ma i longobardi non si diedero per vinti. Intorno al 732, Liutprando mosse di nuovo guerra contro l'Esarcato d'Italia, occupando l'intera Pentapoli; ai Bizantini restarono solo il porto di Classe, Ravenna e la pianura intorno alla città. Nel 751 l'Esarcato cadde definitivamente sotto l'offensiva di re Astolfo. Papa Stefano II reagì chiamando in aiuto il re dei Franchi. Pipino il Breve nel 754 scese in Italia e sconfisse i Longobardi. Successivamente cedette Ravenna, Forlì, Rimini e le Marche settentrionali al neocostituito Stato della Chiesa (Donazione di Pipino).
La donazione di fatto non fu mai operativa, in quanto i Longobardi rimasero in città fino al 756. Successivamente a tale data il potere temporale fu esercitato dagli arcivescovi locali, con l'appoggio dell'aristocrazia locale ed in forza di antichi privilegi concessi dai bizantini, che avevano riconosciuto alla chiesa ravennate una sostanziale indipendenza da Roma.
Nell'803 Carlo Magno[12] rinnovò la promessa di donazione e s'impegnò a proteggere tutta l'area dell'ex Esarcato, che chiamò Romandiola. Il termine fece la sua prima apparizione assoluta in un documento ufficiale[13].
Alla morte di Carlo Magno l'Impero passò al figlio Ludovico il Pio, quindi venne diviso tra i suoi eredi, frammentandosi irreversibilmente. Venne costituito un Regno d'Italia con capitale a Pavia, principale città longobarda. Ravenna mantenne il suo prestigio come sede imperiale. Nell'892, infatti, Lamberto da Spoleto fu incoronato a Ravenna sacro romano imperatore da papa Formoso.
Il territorio dell'ex Esarcato entrò nelle mire degli imperatori, mentre legittimamente apparteneva alla Chiesa. Gli arcivescovi di Ravenna, però, seppero difendere il territorio sia dal potere del Pontefice sia dalle mire dell'Imperatore.
Dopo una lunga vacatio imperii (durata ben 38 anni), nel 962 il trono imperiale fu ripristinato. Nel quarantennio 962-1002 ressero l'impero Ottone I, II e III, della casa di Sassonia. Per diritto ereditario, la corona italiana era congiunta con quella tedesca. Gli Ottoni posero in Italia tre sedes regni: Roma, Ravenna e Pavia. A Ravenna edificarono un loro palazzo, inoltre la città divenne la capitale effettiva del regno d’Italia. I tre Ottoni tennero a Ravenna sinodi e placiti e inoltre vi soggiornarono spesso.
Appena salito sul trono, Ottone I rinnovò la promessa al papa della restituzione del territorio di Ravenna (Privilegium Othonis, 962). In realtà l'imperatore mirava a controllare tutta l'area nordadriatica, quindi la promessa rimase sulla carta. Il districtus Ravennatis urbis venne ceduto alla moglie Adelaide, mentre i comitatus di Cervia, Cesena, Imola, Montefeltro, e altri patrimoni minori, passarono alla sede arcivescovile[14].
Ottone I fece costruire un suo palazzo in città. Inaugurato nell'aprile 967, fu l'ultimo palazzo imperiale costruito a Ravenna. Nello stesso anno l'imperatore, di ritorno in Germania dal sud della penisola, si fermò a Roma e, in compagnia del pontefice (Papa Giovanni XIII) celebrò la Pasqua a Ravenna. In aprile tenne nel suo palazzo una grande assemblea, cui furono convocati il re Corrado di Borgogna, numerosi nobili italiani e germanici, gli arcivescovi di Ravenna, di Milano, di Aquileia, e molti altri vescovi dell'Italia settentrionale e centrale.
Tra il 997 e il 999 l'arcivescovo Gerberto ottenne da papa Gregorio V la giurisdizione civile ("signoria"):

  • sulla città;
  • sulla fascia litoranea che si estende dalla foce del Po di Primaro fino a Cervia;
  • su tutto il territorio a mari usque ad Alpes, a fluvio Rheno usque ad Foliam (dal mare alle alture, dal fiume Reno al fiume Foglia)[15]. Nel periodo ottoniano vennero costruiti in città i grandi monasteri annessi alle basiliche (di S. Vitale, S. Apollinare Nuovo e di S. Giovanni Evangelista).

Tra i secoli VIII e XV il porto di Ravenna ebbe sede non lontano dall'odierna frazione di Porto Fuori [16]. Lo scalo era situato nel punto in cui sfociava in mare un ramo inferiore del Padareno (Padarenus o Badarenus). Il Padareno aveva sostituito la Fossa Augusta nel ruolo di collegamento tra Ravenna e il Delta padano.
Nel 1152 avvenne la rotta del Po a Ficarolo, che provocò lo spostamento del ramo principale del fiume a nord. Fu un fatto epocale, dalle enormi conseguenze: la portata del Po di Primaro si abbassò considerevolmente e, con esso, quella di tutti i suoi rami, compreso il Padareno.
La soluzione adottata fu quella di utilizzare un canale parallelo alla Fossa Augusta, denominato nelle fonti Codarundini o de Codarundinis o Naviglio.

L'epoca comunale e le signorie

Bassorilievo di Dante nella tomba del poeta

Al principio del secolo XII Ravenna si era data un ordinamento comunale (la prima attestazione dell'esistenza del Comune a Ravenna risale al 1106 circa). Ma il libero Comune doveva fare i conti con il forte potere imperiale. Nel 1195 Enrico VI creò il Ducato di Ravenna, indicando direttamente nel testamento i territori spettanti al proprio legato in Italia, Marquardo di Annweiler: Ducatum Ravennae, Terram Brictinorii[17], Marchiam Anconae &c.. Il Ducato ebbe breve vita, in quanto nel 1198 le città romagnole si sollevarono e, con l'aiuto di papa Innocenzo III cacciarono Marquardo.

Federico II di Svevia, salito al trono nel 1212, ripristinò il controllo imperiale sui territori italiani, favorendo le famiglie ghibelline a lui amiche. A Ravenna l'imperatore poté contare sull'alleanza con il potente casato dei Traversari. Ma nel 1239 i Traversari mutarono campo, alleandosi con la parte guelfa e cacciando dalla città gli esponenti ghibellini. Alla morte di Paolo II Traversari (8 agosto 1240), l'imperatore decise di reimpossessarsi di Ravenna e, dopo 3 giorni di assedio, cacciò i Traversari dalla città (15 agosto).

Il dominio imperiale su Ravenna subì una battuta d'arresto nel 1248. In febbraio Federico II riportò una grave sconfitta a Parma. Subito i guelfi si coalizzarono contro le città ghibelline. Un esercito comandato dal card. Ottaviano degli Ubaldini invase la Romagna e conquistò in maggio Ravenna.

Nel 1275 Guido da Polenta, guelfo, prese la città con l'aiuto dei Malatesta di Rimini. Da quell'anno Ravenna fu governata dalla sua famiglia. Sotto la signoria dei Da Polenta vennero eseguiti nuovi lavori di irregimentazione delle acque che resero stabile la zona per oltre quattro secoli. Era successo che il Lamone[18] aveva subito due diversioni (1232-1254), che lo avevano allontanato dalla città. Il Lamone era, all'epoca, il fiume principale di Ravenna. Esso lambiva la città ad ovest ed alimentava le vie d'acqua intramuranee. Bisognava cercare nuove fonti di apporto idrico. Gli ingeneri decisero di far convergere due fiumi, Ronco e Montone, attorno a Ravenna. Il Montone fu immesso nell'alveo spento del Lamone. Il Ronco, che scorreva lontano da Ravenna, fu deviato. I due corsi d'acqua furono portati a scorrere attorno alle mura, circondando la città rispettivamente a sud e a nord-ovest, per poi riunirsi verso il mare Adriatico.

Vennero inoltre costruiti una serie di canali deviatori, le cui acque servivano principalmente per i mulini, e fu rivitalizzato il canale artificiale (canal naviglio) che dalla città arrivava fino alPo di Primaro [19]. La sistemazione permise di rifornire meglio di acqua la città e di assicurare il funzionamento di opifici e mulini. L'aspetto di Ravenna era molto diverso da quello dell'età imperiale: i fiumi e canali interni che l'attraversavano erano limacciosi, le case povere e basse, fatte di malta con tetto di paglia o canna palustre. La popolazione si era ridotta a circa diecimila abitanti.

Il 15 settembre 1321 Dante Alighieri, che aveva trovato ospitalità a Ravenna, quivi morì per la malaria contratta durante il viaggio di ritorno da Venezia, dove aveva tenuto un'ambasceria per conto della famiglia Da Polenta.

Ravenna era parte costitutiva della Provincia Romandiolæ et Exarchatus Ravennæ. Essendo sede vescovile era a capo di un comitatus. Nella Descriptio provinciæ Romandiolæ del card. Anglico de Grimoard (9 ottobre 1371) si legge: «Civitas Ravennæ, posita est in provincia Romandiola […] cuius comitatus est in confinibus comitatus Cerviæ, Cesenæ, Forlivii, Faventiæ, Casemuratæ, Bagnacavalli et Argentæ, in qua Civit.(atis) sunt focul.(aria) MDCCXLIII».

Tra XIV e XV secolo si formò la pineta costiera. I pini domestici, originari di climi più caldi, furono impiantati dai monaci delle quattro abbazie storiche (San Vitale, Porto, San Giovanni e Classe). L'opera laboriosa e continuativa dei monaci favorì la creazione sulla costa di un grande bosco, esteso dalla foce del Lamone fino a Cervia[20].

La dominazione veneziana

La signoria dei Da Polenta durò fino al 1441, anno in cui la città passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia. La Ravenna nel Quattrocento era una città agricola. Il porto si era interrato, così come le vie d'acqua di collegamento con il Po. Solo il «canal naviglio» era stato conservato. I veneziani si insediarono, come padroni di fatto, all’interno di un territorio che formalmente apparteneva ancora al pontefice (Venezia doveva infatti versare all’arcivescovo di Ravenna un censo annuo come risarcimento) [21]. La Serenissima svolse un'amministrazione efficiente, con una politica finanziaria che nel giro di pochi anni rilanciò Ravenna da un declino che sembrava ineluttabile. Venne rifatta la cinta muraria e fu edificata una nuova fortezza (oggi denominata Rocca Brancaleone, dal nome dell'architetto che la progettò).

Per quanto riguardava i canali interni alla città, furono mantenuti solo quelli che servivano per far funzionare i mulini; tutti gli altri furono tombati. Non mancarono interventi sui fiumi: nel 1504 il Lamone (che terminava il suo corso nelle valli), fu inalveato e condotto a sfociare nel Po di Primaro nei pressi di Sant'Alberto. Successivamente, la zona di Sant'Alberto fu bonificata e adattata alla coltivazione. Furono bonificate altre valli intorno a Ravenna, che poi vennero coltivate a canapa (fibra molto utilizzata per fare le vele delle navi). I veneziani rivitalizzarono anche il porto Candiano, allo scopo di facilitare lo scambio con le merci prodotte nel ravennate.

Il dominio veneziano cessò nel 1509 quando, sotto il pontificato di Giulio II, Ravenna ritornò allo Stato Pontificio, cui rimase legata per i successivi 350 anni.

Ravenna nello Stato Pontificio

Il Cinquecento

Nel 1512, in occasione della guerra della Lega Santa, Ravenna fu teatro di scempio e sangue in quella che passò alla storia come la prima grande guerra con armeria moderna mai combattuta. La città fu anche saccheggiata dalle truppe francesi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Ravenna.

Nel 1545 il papa nominò un legato apostolico per la Romagna, con sede a Ravenna. Nacque così la Legazione di Romagna, circoscrizione amministrativa dello Stato della Chiesa.

Tra Seicento e Settecento

Pianta del territorio di Ravenna nel 1604-05. I fiumi Montone (a Nord) e Ronco (a Sud) circondano la città; a sud-est vi è il porto. Ancora più a sud, Classe.

Nel maggio del 1636 Ravenna fu colpita da una catastrofica alluvione, che vide l'acqua sommergere la città per oltre due metri. Fu provocata dall'esondazione dei fiumi Ronco e Montone.
Probabilmente la causa del disastro fu il progressivo innalzamento del letto dei due fiumi (ormai pensili attorno alla città) e le numerose costruzioni lungo gli argini, che nel tempo avevano rallentato il deflusso delle acque.
L'esondazione dagli argini avvenne il 27 maggio, dopo sei giorni ininterrotti di pioggia. A mezzanotte l'acqua del Montone, che cingeva le mura della città a nord-ovest, straripò verso sud e andò ad unirsi con quella del Ronco. Le acque saltarono le mura ed irruppero nelle strade.
Il livello delle acque all'alba del 28 maggio fu talmente elevato che raggiunse il secondo piano delle case. Le strade erano diventate fiumi. Gli abitanti vennero messi in salvo caricandoli sulle barche.
Per tre giorni le strade furono praticabili solo dalle imbarcazioni, poi dai cavalli. Alla fine si contarono 140 case crollate, 320 danneggiate e 240 puntellate. Il numero dei morti fu fortunatamente basso: non più di una dozzina[22].

Pianta del territorio di Ravenna - XVII secolo.

L'irregimentazione delle acque di Ronco e Montone si rivelò improcrastinabile. Il governo del legato pontificio elaborò un ampio piano di sistemazione idraulica dell'area ravennate che comprendeva:

  1. diversione delle acque di Ronco e Montone;
  2. costruzione di un nuovo canale che collegasse la città al mare;
  3. costruzione di un nuovo porto.

Le opere furono realizzate dai seguenti legati di Romagna:

  • card. Alderano Cybo: nel 1648 fece spostare la confluenza di Ronco e Montone a circa 3 km dalla città.
  • card. Giovanni Stefano Donghi: nel 1651 fece scavare un nuovo canale per congiungere la città con il mare. Tale canale, denominato Panfilio, era lungo 7 km e sfociava in mare presso il vecchio porto Candiano.
  • card. Marcello Durazzo si occupò della riparazione dei danni causati dal terremoto del 1688[23] e dall'alluvione del 1700.
  • card. Ulisse Gozzadini (1713-17) chiese e ottenne dal governo dello Stato pontificio un prestito di 15.000 scudi, fondamentali per ripristinare la navigazione nel canale Panfilio, ormai quasi interrato.
  • card. Giulio Alberoni (1735-39), fece confluire i fiumi Ronco e Montone in un unico corso, utilizzando come alveo il canale Panfilio, che aveva un letto più basso (1737). Dal Panfilio, la via d'acqua fu fatta proseguire nel letto del vecchio canale Candiano fino al mare. Nell'alveo spento fu condotto fino al mare il vecchio canale dei molini, che continuò ad alimentare l'unico mulino idraulico della città[24]. L'antico porto canale cadde in disuso in seguito a questo intervento. Il card. Alberoni decise di costruire il nuovo porto nell'ampia insenatura della Baiona. Nel 1738 chiese e ottenne da Papa Clemente XII (al secolo Lorenzo Corsini) la proroga di un anno del mandato per consentirgli di completare i lavori. Nel 1739 fu avviata la costruzione del nuovo canale-naviglio per collegare la città al mare. La parte iniziale fu scavata ex novo, mentre nella parte finale il canale fu inalveato sulla vecchia foce del Montone. Fu poi costruita una strada che collegasse la via principale della città (l'attuale Via di Roma) con la nuova zona portuale.[25] Nel settembre dello stesso anno, però, l'Alberoni dovette ritornare a Roma senza aver visto la fine dei lavori.
  • card. Pompeo Aldrovandi (1743-46): terminò l'opera dell'Alberoni. Il nuovo canale mantenne il nome Candiano, mutuandolo dal precedente.
  • card. Giacomo Oddi: alla foce del canale Candiano fu costruito il nuovo porto (1748) che in seguito, dal nome del pontefice, fu denominato Porto Corsini.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Canale Candiano e Porto Corsini.

Nella città, liberata dalla minaccia delle acque, venne costruito il nuovo Duomo in sostituzione della cattedrale Ursiana, e numerose opere fra cui il sepolcro di Dante (architetto Camillo Morigia).
Nel 1785 fu celebrata l'apertura della nuova strada per Forlì, la "via Ravegnana", che conserva questo nome ancora oggi[26].

L'Ottocento

Dopo il ventennio di dominazione napoleonica (1796-1815) [27] [28], Ravenna tornò nuovamente allo Stato pontificio.
Subito dopo la Restaurazione, nacque per la prima volta la discussione su quale città, tra Forlì e Ravenna, meritasse di più il ruolo di capoluogo della Legazione di Romagna. Negli anni 1815-1816 si scatenò una lunga polemica tra i due centri, a colpi di pamphlet e di pressioni più o meno nascoste verso Roma. Alla fine fu presa una decisione salomonica: la Romagna venne divisa in due Legazioni distinte, così entrambe si poterono fregiare del titolo di capoluogo.

Negli anni seguenti si diffusero a Ravenna, come in molte altre città, le sette segrete, tra cui la Carboneria. Un cittadino ravennate, nella sua autobiografia[29], spiega che «In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima portava il nome di Protettrice, perché reggeva le altre; la seconda di Speranza, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la terza, [poiché] era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi tutti, i più pronti all’azione, ebbe il nome di Turba».
L'attività delle sette fece registrare un notevole aumento dei delitti di sangue in tutta la Legazione. Il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato della Santa Sede, temendo un'invasione del confinante Impero austriaco[30] a causa della presenza di società segrete ai confini del Lombardo-Veneto, ordinò nel 1821 al legato di Ravenna, Rusconi, di cacciare o di confinare i carbonari più pericolosi.
Ma il problema non fu risolto e negli anni seguenti Consalvi temette più volte che l'Austria approfittasse di un qualsiasi pretesto per scendere a sud del Po.
Nel 1824 venne assassinato il direttore di polizia della città. Ciò indusse Roma ad inviare uno dei suoi uomini più in vista, il cardinale Agostino Rivarola. Rivarola, nominato cardinal legato a latere, fece condurre un'indagine che portò alla celebre sentenza del 31 agosto 1825, con la quale vennero condannate a varie pene (compresa quella capitale, poi commutata in ergastolo), oltre 500 persone, appartenenti a tutti gli strati sociali.
Rivarola avviò anche una politica di modernizione amministrativa, ma fu ricordato soprattutto per il pugno di ferro con il quale esercitò il potere di comando e la durezza con cui cercò di colpire i cospiratori. La Carboneria decise allora di preparare un attentato contro di lui, che fu effettuato senza successo il 23 luglio 1826.
Visto il clima pericoloso, il governo pontificio ritenne prudente richiamare Rivarola a Roma. Al suo posto fu inviata in Romagna una commissione di giudici con l'incarico di trovare e condannare i responsabili dell'attentato. La commissione d'inchiesta, presieduta da monsignor Filippo Invernizzi, avviò un'indagine in cui, per raccogliere prove, non esitò a ricorrere a delazioni e carcerazioni arbitrarie, inimicandosi la popolazione. Dopo due anni l'inchiesta si concluse con la condanna a morte di cinque persone, sentenza pronunciata il 26 aprile 1828. La condanna fu eseguita, nel successivo mese di maggio, in piazza Garibaldi (all'epoca "Piazza degli Svizzeri").

Negli stessi anni il governo pontificio aveva rilevato la proprietà del porto, situato all'imbocco del Canale Corsini. Il porto crebbe fino a diventare, durante il pontificato di Papa Pio IX, "il più frequentato ed il più centrale pel commercio delle quattro Legazioni". In un rapporto del Giornale agrario toscano, organo dell'Accademia dei Georgofili, si legge che nel 1836 attraccavano nel porto di Ravenna circa 500 navi mercantili all'anno. Considerando che il numero di navi che uscivano dal porto fosse altrettanto, si può concludere che il movimento annuale dovesse arrivare ad un migliaio di unità. Il movimento rimase costante per molto tempo. Verso la fine dell'Ottocento la quota era sostanzialmenta la stessa.

L'11-12 marzo 1860, in seguito ad un plebiscito, Ravenna venne annessa al Regno di Sardegna, che divenne dal 1861 Regno d'Italia. La Legazione divenne provincia, cui però fu tolta Imola[31].

Dall'unificazione dell'Italia ad oggi

Ravenna nel Regno d'Italia

Due anni dopo la proclamazione del nuovo Regno, a Ravenna arrivò la ferrovia. Il capoluogo venne messo in comunicazione con Bologna tramite la linea Ravenna-Castel Bolognese (circa 40 km), inaugurata il 23 agosto 1863. Commissario della tratta fu Alfredo Baccarini.
Nel 1885 si apriva il collegamento con Rimini. L'anno prima la Provincia di Ravenna però aveva subito una seconda defezione: i comuni della Valle del Santerno[32] venivano annessi alla Provincia di Bologna.
L'impulso dei commerci portò alla fine del secolo ad abbattere in gran parte le mura cittadine, come stava accadendo anche in altre città. Venne costruita una nuova stazione ferroviaria coi relativi viali che la collegarono al centrocittà. Nacque la lunga strada che porta due nomi: Via Farini e Via Armando Diaz. Venne dedicato un monumento a Luigi Carlo Farini e ai caduti delle guerre d'indipendenza.
Tra Otto e Novecento si costruirono anche nuove opere pubbliche come il lavatoio, il macello (il cui edificio esiste ancora) e il cimitero monumentale. Dopo l'esproprio delle proprietà ecclesiastiche (legge del 1866), nei locali del monastero Classense venne aperta la biblioteca cittadina (oggi una delle più prestigiose d'Italia); l'ex convento di San Giovanni venne riadattato a ospedale; l'ex complesso di San Vitale venne riutilizzato come caserma e deposito. Si avviò anche il completamento della piazza Garibaldi, adiacente alla centralissima piazza del Popolo, e fu edificata la pescheria (poi trasformata nell'attuale mercato coperto).

Negli anni dal 1865 al 1871 la vita di Ravenna fu sconvolta dalla “Setta degli accoltellatori”. La banda malavitosa uccise otto persone e ne ferì altre sei. Dopo i numerosi omicidi, fu catturato uno dei membri, Giovanni Resta, che confessò e fece i nomi dei complici. Finirono a processo 23 imputati, che furono condannati a forti pene detentive. [33]

Ravenna possedeva un patrimonio monumentale vastissimo, che però non veniva curato né valorizzato. Alla fine del secolo lo stato di conservazione dei monumenti storici era preoccupante: il sepolcro di Galla Placidia si allagava normalmente d'inverno, e qualche volta anche la Basilica di San Vitale. Questa grave situazione portò all'appello degli intellettuali ravennati del 28 gennaio 1897, esteso da Giosuè Carducci, all'epoca presidente della Regia Deputazione di Storia Patria per le Romagne.
La risposta dello Stato non si fece attendere. Nell'autunno dello stesso anno si recò a Ravenna una delegazione del Ministero dell'Istruzione. Dopo aver effettuato un sopralluogo nei luoghi simbolo della città, si decise di intervenire con un finanziamento. Oltre ai fondi, il Ministero decise, sollecitato dagli stessi proponenti, di creare di una struttura in loco che guidasse e sopraintendesse ai lavori di riqualificazione e recupero dei monumenti storici della città.
Nacque così la prima Soprintendenza ai monumenti d'Italia. Fu scelto come primo soprintendente Corrado Ricci, personaggio molto conosciuto in città, che abbinava la fama di storico con l'esperienza di ex funzionario della Pubblica Istruzione. Ricci fu affiancato dall'architetto Icilio Bocci.
La struttura fu varata nel dicembre 1897, dieci anni prima della definitiva sistemazione del servizio a livello nazionale.

Quattro anni prima, nel 1893, era stata aperta la filiale ravennate della Banca d'Italia[34].

La prima guerra mondiale

Ravenna vanta un triste primato: il suo porto fu l'obiettivo del primo atto di guerra ordito contro l'Italia nella prima guerra mondiale. Il 25 maggio 1915 (l'Italia aveva dichiarato guerra all'Impero austriaco appena il giorno prima) un cacciatorpediniere austriaco forzò il porto penetrando nel canale Corsini, scaricando colpi di cannone su tutto ciò che incrociava. L'unica vittima, l'operaio Natale Zen, fu probabilmente la prima vittima italiana del conflitto.
Il 12 febbraio 1916 la città fu bombardata dall'aviazione austriaca, con danni all'ospedale civile e alla Basilica di Sant'Apollinare in Classe.[35]

Ravenna sotto il fascismo

I piani regolatori del 1927, del 1937 e del 1942 impressero a Ravenna modificazioni strutturali.
Vennero edificate in questo periodo la Casa del Mutilato (nell'odierna piazza J. F. Kennedy), la Capitaneria del Porto, il nuovo Liceo Classico e la prima Colonia di Marina di Ravenna, lido balneare che stava prendendo forma.
Nel 1928 venne ultimato il nuovo Palazzo della Provincia, su progetto dell'architetto Giulio Ulisse Arata e dell'ingegnere Gioacchino Luigi Mellucci . Arata realizzò anche l'intervento urbanisticamente più pregevole di questi anni: la sistemazione della zona attorno alla Tomba di Dante Alighieri.

La seconda guerra mondiale

Dopo l'8 settembre 1943 Ravenna, come tutta la Romagna, finì nell'orbita della Repubblica Sociale Italiana.
L'esercito tedesco penetrò nella pianura padana e prese il controllo del territorio. Gli Alleati bombardarono per la prima volta la città bizantina il 30 dicembre 1943. Un secondo attacco fu effettuato il 22 marzo 1944. Tra giugno e luglio del 1944 la X Armata dell'esercito germanico costruì la Linea Verde. Gli Alleati, dopo la conquista di Roma (4 giugno 1944), proseguirono la risalita della penisola e giunsero a ridosso della linea fortificata in agosto. L'VIII Armata britannica si dispose lungo il tratto romagnolo, che scorreva lungo il crinale appenninico e terminava a Rimini.

Le incursioni aeree sui cieli di Ravenna si moltiplicarono: tra luglio e agosto i bombardamenti furono pressoché quotidiani. Il 24 agosto, il 4 e 9 settembre furono effettuati anche bombardamenti notturni. I danni causati furono ingenti; furono colpiti anche mosaici e monumenti del V e del VI secolo. I tesori inestimabili, artistici e storici, custoditi nella città furono salvati grazie a un tacito accordo tra tedeschi e Alleati. All'indomani del bombardamento del 9 settembre, il podestà, Gualtieri, scrisse al ministro dell'Educazione Nazionale della Repubblica Sociale, Carlo Alberto Biggini, pregandolo di fare pressioni sul comandante dell'esercito tedesco, il generale Albert Kesselring, affinché risparmiasse Ravenna da ulteriori bombardamenti[36]. Gli sforzi di Biggini ebbero successo: il 23 settembre Kesselring inviò una lettera segreta ai comandi locali annunciando loro la prossima partenza della città. Contestualmente, il generale tedesco indirizzò un'analoga missiva al comando Alleato per metterlo al corrente della propria unilaterale decisione.

Ravenna fu evacuata dai tedeschi il 3 dicembre; l'indomani fu occupata dall'VIII Armata britannica senza che fosse sparato un colpo[37].
Nelle campagne a nord di Ravenna si svolse la "battaglia delle Valli". Durante gli scontri caddero Terzo Lori (medaglia d'oro al valor militare) e Primo Lacchini (medaglia d'argento al valor militare). I partigiani liberarono Sant'Alberto il 4 dicembre, ma la frazione fu ripresa dai tedeschi. Sant'Alberto ritornò alla libertà grazie all'offensiva alleata dell'aprile 1945.

Il secondo dopoguerra

Nel secondo dopoguerra Ravenna conobbe una fase di intensa industrializzazione nella zona del porto. Le attività economiche cominciarono ad attrarre forza lavoro: tra il 1953 e il 1956 si ebbe una prima ondata di ben 5.000 nuclei familiari. Provenienti dalla collina faentina e forlivese, andarono a coltivare i poderi lasciati liberi da contadini e braccianti del posto, che andavano a lavorare nel nuovo polo petrolchimico realizzato dall'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi).

L'ENI, oltre a costruire lo stabilimento, edificò anche le case per i dipendenti. Nacque così il «Villaggio Anic», una cittadella di 25 ettari realizzata per una popolazione di 10.000 abitanti. Il Villaggio fu costruito tra il 1958 e il 1962 nell'area insediativa a sinistra del Porto canale.

In pochissimi anni si insediarono in questo quartiere circa 500 famiglie (duemila persone), provenienti soprattutto dalle vicine Marche. Ravenna registrò un flusso immigratorio senza precedenti. Il nuovo quartiere disponeva di tutti i servizi: dalle scuole ai negozi alla chiesa parrocchiale. Anche la fornitura di energia elettrica era autonoma, poiché era stata costruita una centrale termica ad olio combustibile in loco. Per decenni tra il quartiere e la città non ci furono contatti. Il Villaggio Anic fu totalmente autosufficiente.

Nel 1993 il Villaggio venne venduto agli abitanti. L'area aveva raggiunto la dimensione di 60.000 metri quadrati ed ospitava 466 famiglie. Successivamente, la centrale termica è stata convertita in un impianto a metano. Dal 2001 il Villaggio ha assunto la denominazione di «Quartiere San Giuseppe».

 

Per sostenerci...

La Santa

Chiesa cattolica




Powered by Joomla!®. Designed by: download best joomla templates  Valid XHTML and CSS.