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Un pensiero al giorno

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Meditazioni quotidiane

 

di Don Angelo Lolli

 

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I primi passi dell'Opera

Vi invitiamo a leggere alcune pagine della Biografia di Don Angelo Lolli.

Il seguente brano è tratto dal capitolo 17°del libro “Don Angelo Lolli

"Le follie dell’Amore” di Alessandro Pronzato:

“…Ha inizio dunque l’avventura, piena di incognite e non esente da rischi. Difficile accertare se abbia avuto incoraggiamenti.
E’ più probabile che la decisione, naturalmente frutto di meditazione prolungata e di preghiera, sia stata essenzialmente sua. Ma non poteva, ovviamente fare tutto da solo.
Né lui intendeva essere protagonista assoluto, eroe solitario, asso pigliatutto.
Aveva bisogno di donne. Doveva coinvolgerle nei suoi ideali, farle partecipi dei suoi progetti arditi. La sua era un’avventura da “sognare insieme”, prima di tutto.
La donna, ossia l’immagine della gratuità. Ci fu un primo tentativo che non diede l’esito sperato.
Nel dicembre 1910, c’era stata una serie fitta di abboccamenti con la nobildonna Bice Boccaccini Puglioli, promotrice, a Ravenna, nel 1902, di un Patronato Femminile cattolico per le giovani lavoratrici.
Don Lolli, in seguito a quei colloqui e alle indicazioni ricevute, rastrellò una decina di persone, d’ambo i sessi, intenzionate a costituire un “Comitato d’azione per il bene”, dalle finalità piuttosto vaghe.
Dopo non poche discussioni, dalle quali affiorarono subito punti di vista divergenti, ci si orientò verso una Scuola per Infermiere.
Don Lolli, però, aveva in mente di creare, attraverso le allieve infermiere, una rete di assistenza ai malati poveri.
Per questo puntava sul volontariato e su persone che impostassero la propria azione sulla base di principi cristiani.
Gli fu preferita invece una scelta di tipo “neutrale” rispetto alle opzioni politiche e soprattutto religiose. Insomma qualcosa che non fosse troppo compromettente.
Messo in minoranza, Don Lolli lasciò cadere questo tentativo. Non era quello che si prefiggeva.
Per lui la solidarietà doveva, oltre che avere un riferimento preciso all’etica, essere animata da principi cristiani.
Lui, tuttavia, abortito quel primo approccio, non era tipo da arrendersi di fronte a un insuccesso. Bisognava semplicemente cercare altrove.
Il 3 gennaio 1911 ci fu un incontro con donne appartenenti all’aristocrazia e alla borghesia “bene” cittadina, di accertata fede cristiana.
Don Lolli si era fatto diffidente nei confronti delle discussioni interminabili che non approdavano a nulla di concreto. Bisognava, secondo il suo punto di vista, passare all’azione. Certe idee si chiariscono solo quando si comincia a fare, o, se vogliamo, a “farle”. Allora non esita a mettere allo scoperto le proprie carte.
Dal verbale di quella riunione, redatto dal promotore stesso, si precisano i suoi progetti.
Prima di tutto si punta promuovere, attraverso incontri periodici e conferenze, un’educazione familiare, che tenga conto del punto di vista morale, igienico ed economico.
Si tratta anche di costituire una cassa che assicuri la dote indispensabile per le giovani spose prive di risorse economiche e un’altra cassa per donne incinte e puerpere in difficoltà. Inoltre si prospetta la creazione di case-rifugio che ospitino ragazze strappate alle case di tolleranza (…).
(…) Per finire ecco la costituzione di un gruppo di infermiere che assicurino l’assistenza a domicilio dei malati poveri (un chiodo che si andava sempre più conficcando nella testa di questo prete).
E altro ancora. Tanta – forse troppa - carne al fuoco. E la fiamma risulta piuttosto smorta e restia.
Infatti, la presentazione di quel programma che dava le vertigini per la sua ampiezza e le novità audaci che implicava, finì per spaventare la dozzina di signore presenti, abbastanza allibite e sconcertate, le quali si limitarono a dare risposte vaghe, che Don Lolli, nel suo realismo, interpretò come un rifiuto, sia pure confezionato con le belle maniere e i sorrisi di circostanza.
Commentò con una certa indulgenza: “L’ambiente è incerto e timoroso”.
Incassò il secondo insuccesso senza scomporsi più di tanto e assicurò: “Io tenterò ancora”. C’era da aspettarselo.
Lui era convinto di riuscire a scovare donne disponibili al dono di sé, totale e senza riserve, all’insegna della più assoluta gratuità.
Donne determinate a spendere la propria vita, a investire il proprio tempo, le energie e le risorse della femminilità per una nobile causa.
Donne capaci di impostare la propria esistenza e a darle un senso preciso, “in altra maniera” rispetto alle aspirazioni e prospettive comuni. Le avrebbe scoperte e contagiate. Non dovette cercarle troppo lontano.
Concentrò la propria attenzione su San Biagio, la parrocchia dove era stato cappellano per soli sei mesi, ma mantenendo anche in seguito i collegamenti, soprattutto in due settori specifici: l’associazione delle Figlie di Maria e della scuola di canto.
Posò gli occhi in particolare su una certa Maria Belletti, di cui tra l’altro era confessore e direttore spirituale.
Costei era una giovane che si imponeva all’attenzione per la delicatezza e la finezza del tratto. La si sarebbe detta un’aristocratica. Ma lei non aveva sangue blu nelle vene, le sue origini erano umilissime, essendo figlia di un birocciaio che comunemente viene descritto con un aggettivo particolare “rude”.
Avrebbe avuto la possibilità di riscattare la propria modesta condizione maritandosi con un uomo piuttosto facoltoso. Insomma, quello che la gente, abituata a guardare soprattutto alle “sostanze”, giudica un “ottimo partito”.
Ma tutto era andato a monte perché il “promesso sposo” si era incaponito a volere il matrimonio civile, essendo allergico all’odore dell’incenso.
Maria Belletti, rivelando in quel gesto di che stoffa fosse fatta e di quale carattere forte fosse dotata, nonostante l’aspetto fragile, non esitò a mandare tutto all’aria, rompendo definitivamente e senza rimpianti quel legame.
Non poteva, ovviamente, rimanere nel vuoto.
E don Lolli, intervenendo con tempestività, le propose di colmarlo.
Lei si dichiarò d’accordo.
Un rapporto bruscamente spezzato, preludeva a un altro rapporto, ben più saldo e duraturo, basato su una condivisione di ideali.
Maria Belletti aveva imparato, alla scuola del suo consigliere, a distinguere tra interessi e valori.
Si tenne l’ennesima riunione, questa volta nella sede della biblioteca circolante, in via Paolo Costa. Vale la pena riferire la data: 25 maggio 1911, festa dell’Ascensione del Signore, perché viene posta la prima pietra – o, se si preferisce, gettato il primo seme – della futura Opera di Santa Teresa.
Cinque persone col cuore in tumulto, quattro donne e un  prete.
Stavolta don Lolli, sebbene il fuoco sia robusto, ancora scottato dall’esperienza precedente, non mette in programma troppe cose.
Si limita a cavarsi il chiodo fisso che tiene conficcato in testa.
Così i cinque complici, stavolta senza stucchevoli quanto sterili discussioni, danno vita, assicurando il proprio impegno, alla “PIA OPERA ASSISTENZA INFERMI POVERI A DOMICILIO”.
Nel verbale sta scritto, con una certa solennità:
“Giorno dell’Ascensione di N. Signore.

"Si è istituita in Ravenna una Società femminile con il nome di Pia Opera Assistenza infermi poveri a domicilio, la quale si propone di proteggere in qualunque modo l’ammalato, igienicamente, finanziariamente e moralmente”.

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