Dopo l'udienza...Tratto da: “Il racconto della Bibbia”

18.07.2018

Dopo l’udienza i fratelli di Giuseppe si stabiliscono, secondo l’autorizzazione faraonica, nel fertile “territorio di Ramses”, detto “terra di Gosen”.

Giuseppe frattanto, si preoccupa di sostenere la sua famiglia, perché la carestia continua a incombere sul paese e sulle regioni circostanti. Questo dato permette all’autore ispirato di introdurre una lunga digressione che forse ha lo scopo di spiegare una prassi legislativa in vigore in Egitto ai tempi biblici. 
Infatti alla fine si annota che si tratta di “una legge, che vige fino al giorno d’oggi sui terreni d’Egitto”(v. 26).

Il racconto è un po’ complicato e non sembra render conto con precisione della reale situazione egiziana, a noi nota attraverso altri documenti.

In Egitto c’era un diritto di proprietà generale del Faraone su tutto il territorio; c’erano poi proprietà più specifiche del Faraone e c’erano anche libere proprietà terriere. Inoltre non è mai attestata la servitù della gleba. Il testo biblico, invece, non sembra rispettare questi dati accertati ma si muove con libertà e genericità.

Si inizia con un primo provvedimento, quello della consegna all’erario statale di tutta l’enorme massa di denaro ricavata con la vendita del grano durante il periodo della carestia.

Quando i cittadini hanno esaurito i loro risparmi nell’acquisto del pane per sopravvivere, Giuseppe passa a un secondo provvedimento: gli alimenti verranno ancora consegnati ma in cambio passerà sotto la proprietà faraonica tutto il bestiame. La carestia, però, continua il suo corso implacabile e la vendita di grano deve procedere. Si ricorre, allora, a un terzo provvedimento. In cambio del pane gli Egiziani offriranno i loro terreni e se stessi, divenendo così schiavi del Faraone. Una scelta drammatica per non dover perire.

Questo provvedimento viene descritto in modo particolareggiato nella sua esecuzione.

Tutti i terreni passano sotto il controllo diretto del Faraone; le popolazioni ormai, divenute schiave, vengono ridistribuite sul territorio e collocate nei vari centri egiziani; la classe sacerdotale riceve un’esenzione specifica e ha diritto a un’assegnazione fissa e gratuita di derrate alimentari.

Su quest’ultimo particolare l’autore dimostra di conoscere bene un’usanza attestata da altre fonti.

I sacerdoti, infatti, godevano in Egitto di grandi privilegi e spesso condizionavano anche il potere faraonico con l’influsso che essi potevano variamente esercitare. C’è, infine un quarto provvedimento. Alla popolazione non viene più offerto solo pane ma anche grano da semina. Giuseppe ne determina il pagamento in modo preciso: gli Egiziani consegneranno un quinto del raccolto futuro alle casse statali, il resto rimarrà ai lavoratori.

La tassazione del valore di un quinto sul prodotto, che, secondo la Bibbia, sarebbe in vigore in quell’epoca in terra Egiziana, avrebbe così la sua spiegazione remota e verrebbe in questo modo attribuita all’opera di Giuseppe.

Da tutto il racconto si leva, comunque, a tutto tondo, la figura di Giuseppe, abile amministratore, politico capace, perfetto sapiente. Abbiamo già a più riprese segnalato che l’immagine di Giuseppe disegnata in queste pagine della Genesi è quella del sapiente così come apparirà nella successiva storia d’Israele. Ora una delle capacità significative del saggio è – secondo la Bibbia e la stessa cultura egiziana antica - quella di gestire il bene comune e saper governare. E’ ciò che egli ha continuamente rivelato e che ora è stato presentato in modo ampio e puntuale. Viene poi ripreso il filo del racconto, interrotto dalle notizie sulla gestione della crisi economica dell’Egitto da parte di Giuseppe. Rifacendosi a ciò che era già stato annunziato a più riprese, l’autore biblico ci presenta i figli d’Israele stanziati nella terra di Gosen, una regione fertile ove essi possono prosperare.

Ma l’attenzione ora si sta concentrando sulla figura di Giacobbe, la cui vita si sta lentamente spegnendo.

l momento dell’arrivo in Egitto, egli aveva confessato di avere già 130 anni (Genesi 47,9). Sono ormai trascorsi altri anni: egli ha adesso 147 anni e il termine della sua vita è ormai raggiunto. Abramo, stando a Genesi 25,7, era morto a 175 anni. Isacco suo figlio l’aveva superato, approdando alla veneranda età di 180 anni. Più “breve” è, dunque, la vita di Giacobbe e ancor di più lo sarà quella di suo figlio Giuseppe che morirà a 110 anni. Tuttavia i numeri usati dalla Bibbia devono essere sempre assunti con molta libertà; in questi casi è soprattutto la vecchiaia lunga e la vita “sazia  di giorni” che si vuole esaltare come segno della benedizione divina. Al figlio Giuseppe Giacobbe affida le sue ultime volontà perché, sotto giuramento, le adempia.

L’atto del giuramento è quello a noi già noto sin dai tempi di Abramo (Genesi 24,29). La mano sotto la coscia è un modo garbato per  indicare il giuramento sulla sessualità, vista come simbolo della vita e della fecondità donata da Dio. Le parole di Giacobbe sono dolci, umili e intense.

Il suo unico desiderio è quello di ritornare nella terra dei suoi padri almeno da morto, di essere sepolto insieme con loro, così da rimanere per sempre accanto a loro. Con commozione Giuseppe, inginocchiato al capezzale del padre, esprime il suo  impegno a rispettare quel desiderio.