La sepoltura di Giacobbe

23.11.2018

Il testo che viene riportato di seguito è tratto dal: “Il racconto della Bibbia” di Gianfranco Ravasi - Ed. S. Paolo e parla del funerale e della sepoltura di Giacobbe.  

"Dopo aver pianto e baciato il volto del padre, Giuseppe dà ordine ai medici di corte di procedere all’imbalsamazione, un uso tipicamente egiziano e per questo nella Bibbia è citato solo in questo capitolo della Genesi (50,3. 26). Essa era praticata da medici sacerdoti e seguiva un rituale ben collaudato anche a livello “scientifico”. Si passa poi al lutto ufficiale.

In Israele esso durava sette giorni; per Giacobbe si parla di settanta giorni, quello riservato in Egitto ai faraoni e alle alte cariche dello stato (pare, comunque che fosse di settantadue giorni). Concluso il periodo del lutto, Giuseppe si presenta a corte per ottenere dai funzionari addetti a simili concessioni il permesso del trasferimento della salma di Giacobbe nella terra di Canaan.

La tomba era già pronta e questo, anche per gli Egiziani, era il requisito indispensabile per concedere tale autorizzazione. Ottenuta l’autorizzazione dal Faraone per la traslazione della salma di suo padre, Giuseppe si mette in cammino verso la terra di Canaan con tutti i suoi familiari e con una delegazione ufficiale, scortata da un imponente servizio d’ordine. Simili convogli funebri sono talora raffigurati sulle pareti delle tombe egiziane e anche di alcuni templi.

Le esequie vengono celebrate in Transgiordania, alle soglie della terra promessa, nell’Aia di Atad (“l’aia delle spine”). Il rito ora è quello ebraico e comprende solamente sette giorni di lutto e non settanta, come era avvenuto in Egitto. L’autore biblico coglie l’occasione – come più volte ha fatto nel libro della Genesi – di giustificare l’importanza di una località, ricorrendo a un evento antico considerato come radice di quel luogo e della sua fama o anche del suo culto.

Il luogo è Abel – Mizraim, in Transgiordania, che viene interpretato liberamente come “lamento funebre degli Egiziani” (in realtà significherebbe “prato” oppure “ruscello d’Egitto”). Aia di Atad (in ebraico Goren- Atad) e Abel-Mizraim sarebbero, quindi, due nomi di una località che l’autore vuole spiegare.

Alcuni studiosi pensano che con questa menzione si evocherebbe una diversa, antica tradizione secondo la quale Giacobbe sarebbe stato sepolto non nella grotta di Mcpela ma in Transgiordania, ad Abel - Mizraim, appunto. Si vedono, in tal modo, confluire nel testo biblico della Genesi - come è spesso accaduto - tradizioni antiche, legate a luoghi e a persone più o meno famose. Il racconto, però, prosegue descrivendo l’inumazione della salma di Giacobbe nella grotta di Macpela, ove aveva sede il sepolcro dei patriarchi, e il ritorno in Egitto dell’intera comitiva che aveva accompagnato il corteo funebre.

Questo rientro del corpo di Giacobbe – Israele nella terra promessa è in un certo senso il preannunzio di quell’itinerario futuro che il popolo ebraico seguirà ritornando nella terra dei padri dopo l’oscura e lunga parentesi della schiavitù egiziana.

Il libro della Genesi si avvia ora alla sua conclusione.

Due sono i dati offerti: la conferma definitiva della riconciliazione tra Giuseppe e i suoi fratelli e l’epilogo della vita di Giuseppe. E’ un po’ sorprendente il primo episodio.

I fratelli, ormai senza la presenza del padre, temono che Giuseppe si vendichi dell’antico delitto perpetrato contro di lui. Mandano, allora, un messaggio implorante in cui si cita l’estrema volontà di Giacobbe affidata a loro e da trasmettere a Giuseppe: “Perdona il delitto dei tuoi fratelli … Perdona il delitto dei servi del Dio di tuo padre!”. E’ una vera e propria supplica in cui si scandisce per due volte il tema del perdono. Ci sorprende questa paura perché il racconto nei capitoli precedenti sembrava aver del tutto dissolto simili sentimenti nel grande e intenso abbraccio della riconciliazione.

Una riconciliazione che è, comunque, definitiva-mente sancita da Giuseppe con parole di forte aff-lato spirituale. Da esse emerge non solo a sua figura esemplare di sapiente ma anche la lezione che egli vuole trarre da tutta la sua storia, una lezione prov-videnziale.

Dio riesce a trarre anche dal male il bene, dal dolore la gioia, secondo un suo straordinario “pensiero” o progetto di salvezza: “Se voi avevate ordito del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene” (v. 20).

Queste parole fanno da sigillo all’intera vicenda della Genesi e non della sola storia di Giuseppe, invitando il lettore a vedervi dispiegato il progetto di Dio.

L’epilogo, con la lunga e serena vecchiaia di Giuseppe e la sua morte a 110 anni e la sepoltura in Egitto, ha solo la funzione di mettere la parola “fine” con lo stupendo, breve testamento di Giuseppe che per due volte annunzia ai fratelli la “visita” del Signore, sorgente di speranza e di salvezza. Ormai la vicenda amara e gloriosa dell’esodo è alle porte.