Alluvione, da Roma a Santa Teresa per gestire l’emergenza. “Operare insieme”

L’Opera di Santa Teresa, nei difficili giorni successivi alla violenta alluvione che ha colpito gran parte della Romagna, ha ospitato alcuni assistenti sociali arrivati da Roma, su richiesta del Comune di Ravenna. Valentina Rapisardi, una delle assistenti sociali coinvolte nel progetto, ci racconta come ha vissuto questa importante, e per molti aspetti tragica, esperienza.

Da Roma a Ravenna per dare una mano durante l’emergenza: come nasce il vostro intervento?

“Il nostro intervento si è reso possibile in quanto volontarie iscritte all’Associazione A.S.Pro.C. – Assistenti Sociali per la Protezione Civile. AsProc è un’Associazione iscritta nel registro nazionale di Protezione Civile. Al verificarsi di un’emergenza a carattere nazionale il Dipartimento della Protezione Civile attiva alcune sue componenti in base alle competenze necessarie e così è avvenuto anche per l’alluvione in Emilia-Romagna. Le squadre che vengono formate per le missioni sono composte da soci iscritti su tutto il territorio italiano. La squadra a cui appartenevo ad esempio, si componeva anche di un’altra socia di Roma e tre colleghe provenienti dal Veneto che non avevamo ancora conosciuto. In missione però seppur non sempre si conoscano i colleghi, si sviluppa un grande affiatamento anche dovuto alla formazione che siamo tenuti a seguire e che ci fa intervenire con competenza dove serve. La conoscenza e il gioco di squadra vengono da sé!”.

In cosa consisteva il vostro lavoro? 

“I componenti della nostra squadra hanno dovuto dividersi: una collega sul Comune di Russi, una sul Comune di Cervia, e in tre siamo rimaste a Ravenna. In questa sede abbiamo lavorato presso il COC e successivamente nei distaccamenti comunali a supporto dei funzionari addetti alle domande dei Contributi a disposizione della popolazione”.

Quali casi avete gestito e come?

“La particolarità della nostra associazione è quella di essere costituita da professionisti Assistenti Sociali regolarmente iscritti all’Ordine Professionale e all’Albo e che quindi svolgono la professione in ordinario. In missione esercitiamo quindi le competenze professionali in contesti di emergenza e in questo modo riusciamo a supportare i colleghi Servizi Sociali coinvolti nei contesti colpiti dall’emergenza. Dal COC abbiamo potuto monitorare la popolazione sfollata ed individuare i nuclei più fragili da segnalare ai servizi locali; il monitoraggio è avvenuto con alcuni contatti telefonici quotidiani e con colloqui diretti presso i distaccamenti predisposti alla raccolta delle domande di Contributi. Nelle situazioni di emergenza, infatti, il nostro ruolo di Assistenti Sociali per la Protezione Civile può essere anche quello di rilevare e intercettare situazioni a rischio e fornire, se necessario, supporto e orientamento sulla base della nostra esperienza in tali contesti. La nostra attività in emergenza si rivolge alla popolazione attraverso il supporto ai colleghi locali: la nostra presenza è utile per dare continuità ad un Servizio sottoposto ad un notevole stress e sovraccarico, alleviando il nuovo improvviso e consistente lavoro degli Assistenti Sociali”.

Conoscevate l’Opera di Santa Teresa? 

“Non conoscevamo assolutamente questa realtà che si è disvelata a noi in modo stupefacente. Siamo state accolte, letteralmente, da tutti coloro che vi abbiamo incontrato. È stato meraviglioso sperimentare sulla nostra pelle l’ospitalità incondizionata e inattesa: ci è stato dato molto di più di ciò che eravamo preparate a ricevere e ci auguriamo, con il nostro lavoro e presenza, di aver in qualche modo ripagato, almeno in parte, quanto ricevuto. Di sicuro, la testimonianza di fraternità che ci è stata mostrata è uno dei ricordi più belli che terremo sempre con noi. Personalmente penso che Fondazioni come questa rappresentino una grande risorsa e dispiace osservare che purtroppo spesso (nella realtà lavorativa che mi è propria) questo settore e il servizio pubblico non dialoghino tra loro. Ritengo che la mia professione sia troppo spesso sottovalutata, in primis forse dalla stessa categoria, invece come da definizione accademica la professione funge da “tessitrice di legami,” nel far sì che le diverse attitudini e risorse degli individui possano comporre una tela comune”.

Cosa vi lascia questa esperienza? 

“Ci siamo confrontate su questo argomento. Fare simili esperienze può essere devastante nel ritorno al quotidiano: tutto ciò che si è vissuto può sembrare una realtà parallela alla propria fino ad arrivare al punto di non riconoscersi nei propri panni. Ciò che è emerso, però, dal nostro confronto è stato il senso di gratitudine per le amicizie trovate (fra noi, con quanti incontrati all’Opera, con i colleghi del luogo) e tante conferme. La conferma che il nostro lavoro ci piace e che ci appassiona ogni giorno; la conferma di tante capacità che troppo spesso nella routine dimentichiamo di possedere o che vengono impolverate dallo stress; e anche scoperte di nuove realtà e caratteristiche personali che non avevamo ancora avuto modo di mostrare. Per quanto faticosa, questa esperienza ci ha viste tornare nei nostri uffici ricaricate e più consapevoli: questo significa per me che è stato un lavoro ben svolto a livello operativo e anche umano”.

Quant’è importante oggi la collaborazione tra i servizi sociali e il terzo settore?

“Fondamentale. Non è possibile camminare su strade diverse pur avendo lo stesso obiettivo. È necessario lavorare insieme, condividere e rendersi disponibili e venirsi incontro. Il rischio altrimenti è che a rimetterci siano le persone che hanno bisogno di punti fermi e chiarezza. Osservare collaborazione e vedere che c’è una squadra unita a disposizione per loro, senza competizione e contrapposizione, in realtà, è già motivo di rassicurazione e senso di protezione. Una persona incontrata nel lavoro di questi giorni a Ravenna mi ha chiesto se beneficiare di un aiuto messo a disposizione da un’organizzazione del terzo settore, le avrebbe precluso l’accesso al contributi regionali: non può essere che un cittadino si senta di dover scegliere a quale ente essere fedele o quale convenga di più; bisogna parlarsi e operare insieme. Nei contesti di emergenza capita spesso a noi Assistenti Sociali di trovarci a lavorare fluidamente con gli stessi interlocutori con cui di solito percepiamo delle barriere inattaccabili. Questa è un’altra cosa che ci portiamo a casa: è possibile ogni giorno comporre questa fluidità, annullare le barriere e costruire fiducia“.