Gazi e Ahmed hanno lasciato l’Africa e l’Iran, dove la guerra non dà scampo

Ci sono anche tanti giovani tra gli ospiti accolti all’Opera di Santa Teresa. Italiani, stranieri, tutti con storie molto dolorose alle spalle. Fra loro, anche Gazi e Ahmed (scelti nomi di fantasia) nati in Paesi in cui da tempo purtroppo non è più possibile sentirsi al sicuro.
Gazi da Mali in Italia in cerca di nuove speranze
Gazi (39 anni) ha lasciato la sua terra, Mali, in Africa, perché la povertà è diventata ormai una piaga terribile a causa delle guerriglie interne. <<Non c’è lavoro, a stento si trova da mangiare, in più i militari non danno scampo>> racconta Gazi, che nel 2015 si è imbarcato con altre 180 persone in cerca di nuove speranze. Un viaggio massacrante, costato 1500 euro e durato circa 3 giorni, poi finalmente l’approdo in Sicilia. <<Ho studiato ragioneria, parlo molto bene il francese. Volevo andare in Francia per continuare a studiare, tuttavia per motivi burocratici non è stato possibile. Sono rimasto in Italia, dove ho fatto domanda di protezione internazionale>>. Gazi ha lavorato in alcuni ristoranti di Ravenna come lavapiatti, cameriere. Inizialmente trova ospitalità a casa di un conoscente a cui paga l’affitto. Poi il lavoro è mancato e si ritrova per strada, in seguito accolto al dormitorio Buon Samaritano della parrocchia di San Rocco. Durante la sua permanenza in dormitorio, la mattina veniva a Santa Teresa per fare colazione, il colloquio con il Punto d’ascolto della fondazione gli ha dato la possibilità di entrare alla Casa della Carità. Oggi ha un impiego presso una cooperativa, dove si occupa di pulizie. <<È difficile integrarsi in un Paese che ha già tante problematiche. In Italia non è semplice trovare lavoro per chi ci nasce, figuriamoci per chi arriva da fuori. A maggior ragione se poi non si hanno titoli di studi e non si conosce la lingua. È ciò che cerco di spiegare ai miei connazionali quando torno in Africa, per spronarli a leggere, investire sulla propria istruzione, ed è anche per questo motivo che con il mio stipendio provo ad aiutare i miei genitori per permettere alla mie sorelle di studiare>>. Gazi da qualche settimana è ritornato a Mali perché sua moglie dovrà sottoporsi ad alcune cure mediche, spera di ritornare in Italia e in cuor suo, sfruttando le competenze da ragioniere, trovare un lavoro più stabile.
Ahmed, le proteste in Iran e la sua famiglia di cui non ha più notizie
Ospite della Casa della Carità, da quasi 5 mesi, è anche Ahmed. Nato in Iran e trasferitosi a Ravenna nel 2024 per frequentare un corso di laurea in lingua inglese di ingegneria, vive ogni giorno nell’angoscia perché è preoccupato per la situazione del suo Paese. Davanti alle proteste iniziate in Iran, che hanno portato pian piano tantissimi cittadini a riversarsi sulle strade per manifestare contro il governo nazionale a difesa della libertà, la risposta è stata quella di aprire il fuoco. Una repressione di massa, autorizzata e organizzata. Come vediamo nei telegiornali e leggiamo sui giornali nazionali e internazionali, si tratta di vere e proprie <<sparatoie da parte delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica contro manifestanti disarmati>>. Ahmed da quasi 3 settimane non ha più notizie dei suoi genitori e di sua sorella perché, come ci racconta lui stesso, <<il governo ha bloccato l’accesso a internet e alle linee telefoniche>>. <<Cosa posso fare? Solo aspettare. Non so se sono ancora vivi>>. È stato accolto all’Opera di Santa Teresa del Bambino Gesù perché, dopo diversi lavori saltuari si è ritrovato senza un’occupazione e senza un posto in cui vivere. Parla inglese perfettamente, avrebbe potuto scegliere di studiare in America ma ci spiega che <<lì per un iraniano è difficile accedere>>. Ci racconta che la sua terra è bellissima, piena di fiumi, laghi, montagne ma che a causa della povertà e dell’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria per la presenza di polveri sottili, il territorio è sempre più arido e contaminato. <<Per un lavoro rispettabile in Iran puoi guadagnare anche solo 100 euro al mese: come si può mantiene una famiglia con 100 euro al mese? I soldi servono a finanziare l’acquisto di armi>>. La gente non ce la fa più, chiude i negozi, si ribella, scende in piazza. <<Il popolo iraniano non accetta questa politica estremista, che ha già distrutto centinaia di luoghi di culto, moschee e non risparmia nessuno nè donne, bambini, anziani. Esecuzioni in strada, cecchini nascosti sui tetti, è un massacro>>. A conferma di ciò, in un articolo pubblicato qualche settimana fa sul sito dell’International Centre of Human Rights del Canada (https://humanrightsintl.com), leggiamo che << la posizione e la natura delle ferite da arma da fuoco, spesso alla testa e ad altri organi vitali, dimostrano che l’obiettivo di queste sparatorie non sarebbe disperdere la folla, ma uccidere i manifestanti>>.E prosegue <<le forze di sicurezza hanno anche utilizzato pistole a pallini, gas lacrimogeni in spazi chiusi, violenti pestaggi con manganelli e dispositivi stordenti, e hanno inseguito i manifestanti nei quartieri residenziali e nelle case private. Uno schema operativo che indica una decisione deliberata di reprimere le proteste con la massima violenza>>.
Sempre stando ai dati riportati dal Centro canadese, solo tra il 14 e 15 gennaio scorso, sono morte almeno 43mila persone durante le manifestazioni contro il governo islamico. Ha il cuore spezzato, Ahmed, perché non sa se rivedrà mai più la sua famiglia. Quando gli domandi dei suoi genitori e di sua sorella, sorride con i suoi grandi occhi verdi. Suo padre è pensionato, la mamma è casalinga, sua sorella studia informatica all’università. <<Non siamo musulmani, mia sorella non indossa il velo. Se oggi uscisse di casa, potrebbe essere uccisa solo perché ha il viso scoperto. Quasi ogni giorno mi fermo in chiesa a Santa Teresa e prego per loro. Anche se non sono cristiano>>.

