Messa 2 ottobre, il direttore Don Graziani: “Solo coltivando un’accoglienza fatta di relazioni, possiamo aiutare chi ha bisogno”

Riportiamo il discorso pronunciato dal direttore dell’Opera di Santa Teresa, don Alberto Graziani, in occasione della Santa Messa celebrata dal Card. Matteo Maria Zuppi insieme all’arcivescovo di Ravenna-Cervia, mons. Lorenzo Ghizzoni, nella chiesa di Santa Teresa, lo scorso venerdì 2 ottobre, giornata di inaugurazione delle nuove opere di carità di Santa Teresa.
“Eminenza ed Eccellenza Reverendissime, Autorità, gentili Signore e Signori, volontari, ospiti, amici di oggi e speriamo per sempre dell’Opera Santa Teresa. È mio dovere, a nome anche del Vicedirettore, Luciano Di Buò, porgere a voi il mio cordiale saluto insieme ai più vivi ringraziamenti per essere intervenuti alla “piccola festa di casa nostra”. La vostra presenza così autorevole e numerosa è di grande consolazione e riempie di senso le fatiche, le sofferenze attraversate dall’Opera in alcuni dei suoi anni più difficili e che noi abbiamo vissuto in prima persona. Ho pensato che la cosa più saggia da fare, per questo momento, fosse quella di utilizzare le parole pronunciate 95 anni fa, il 3 ottobre 1930, dal nostro Fondatore don Angelo Lolli, in occasione dell’inaugurazione di un nuovo fabbricato di Santa Teresa, un’occasione molto simile a quella che si presenta a noi oggi, giorno dell’inaugurazione dei locali dedicati all’ampliamento delle attività caritative dell’Opera.
“Poiché questo nuovo fabbricato – diceva don Lolli – non mi scuso di megalomania, Dio ce ne guardi, ha il bisogno di provvedere in parte alle innumerevoli richieste di poveri infelici da ricoverare. Dico in parte perché se si volessero accettare tutti i bisognosi i locali non basterebbero più, occorrerebbe centuplicarli. Due anni fa, il 25 gennaio 1928 (don Lolli fa riferimento alla nascita vera e propria di Santa Teresa e noi tra poco più di due anni, il 25 gennaio 2028 celebreremo il Centenario!) quando si istituì l’Ospizio, si dispose di allestire 12 letti. Si credette di fare grande cosa, ma appena iniziato, si riconobbe di non aver fatto altro che una grande meschinità e i letti dovettero salire al numero di 29. Ma cosa sono 29 posti disponibili di fronte alla turba innumerevole che batte alla nostra porta? Quindi fabbrichiamo nuovi locali e portiamo la disponibilità a 60 letti, diceva don Lolli.
Gli “infelici” di oggi, Eminenza, amici, per i quali noi ampliamo la nostra accoglienza, da 15 a 70 posti, sono coloro che sono rimasti senza una casa, persone sole, fuggite da Paesi in guerra o da situazioni familiari complesse, lavoratori stranieri, alcuni pensionati sfrattati e famiglie. E da quando abbiamo cominciato, nel 2021, ad oggi è intanto maturata anche l’idea che non è sufficiente dare ospitalità, la differenza viene fatta dall’accoglienza. Per accogliere i diversi bisogni che arrivano all’attenzione di S. Teresa si è rivelato necessario creare e nutrire relazioni e sinergie sul territorio. Ed è così che nella nostra Cittadella della carità è stato inserito il servizio mensa gestito da Caritas, attivo tutto il mese di agosto e ogni domenica, abbiamo aperto un Ambulatorio della Solidarietà, dove chi non ha accesso al servizio sanitario nazionale può ricevere una visita medica, farmaci gratuiti e visite specialistiche, grazie alle collaborazioni attive con Farmacia S. Teresa, il Polo Sanitario e Ravenna 33, abbiamo inserito uno sportello tenuto da Avvocato di Strada ODV, che ci aiuta a difendere i diritti delle persone che ospitiamo. E sempre con la Caritas apriremo un nuovo centro diurno.
Riprendo allora con le parole di don Lolli, perché è come se fosse qui anche lui oggi.
La parte che ci siamo scelti nel campo della beneficenza è la più misera, la più dolorante, la più fuggita, la più abbandonata. Il nostro programma ce lo ha ispirato, ce lo ha dato Dio e noi non abbiamo compito all’infuori di quello di portarlo a buon fine. I mezzi? Sono tre: una fede, un amore, una volontà senza confini.
Una fede chiara, precisa, forte, sentita che conduce logicamente alla confidenza, alla speranza più ardimentose.
Un amore verso Dio Padre buono, universale, che vuol vedere i figli suoi uniti in un solo ideale di amore fraterno, non fatto soltanto di belle parole, ma di opere di compassione, di aiuto, di sacrificio.
Per ultimo una volontà tenace, risoluta a portare questo amore fino a produrre i suoi frutti esterni.
Non vi faccio della poesia spirituale, mistica, o signori, ma vi mostro con la pratica la prova che le nostre convinzioni sono una realtà. Se non credete alle nostre parole, credete alle nostre opere. Tutto ciò che abbiamo fatto a tutt’oggi e che faremo in seguito, se Dio ci aiuta, non è che il risultato della nostra fede, del nostro amore, della nostra volontà”.

